Marco Maria Linzi, “Miss Bartleby. Non è tempo di essere”

Miss Bartleby. Non è tempo di essere prende spunto da uno dei racconti più famosi della letteratura nordamericana per riflettere sulle convenzioni sociali, le scelte morali e le verità dell’individuo. Nel racconto di Herman Melville, lo scrivano Bartleby è stato appena assunto in un ufficio legale di Wall Street, e da subito si comporta in modo singolare. Copia documenti giorno e notte, ma a qualsiasi altro compito richiesto oppone la pacata risposta “preferirei di no”.

Lo spettacolo, tratto da Bartleby lo scrivano, è in scena al Teatro Litta di Milano fino al 5 novembre con il testo e la regia di Marco Maria Linzi. Ne sono protagonisti Stefania Apuzzo, Micaela Brignone, Fabio Brusadin, Simone Carta, Sabrina Faroldi, Arianna Granello, Marco Mannone, Stefano Slocovich, Paola Tintinelli e Magda Zaninetti.

Intervista a Marco Maria Linzi

Qual è la differenza abissale che c’è tra il “no” di Bartleby e il “preferire di no”?

Questa è proprio la chiave importante del lavoro e di tutto il suo sviluppo. Tra il “no” e il “preferire di no” c’è una feritoia su cui gira una buona parte dei sensi che attraversano lo spettacolo. E’ senz’altro una differenza abissale. Il pubblico non deve immaginare di vedere il racconto di Bartleby ma il dispositivo e il mito di questo personaggio. Noi trattiamo tutto come se fosse una bomba che passa di mano in mano. Prendiamo anche molte delle interpretazioni e appropriazioni di Bartleby attraversate da ognuno di noi dal 1845 ad oggi e le mettiamo in scena. Quindi facciamo pure un lavoro con cui ci impossessiamo del personaggio. E’ importante capire che è la formula che esplode nel lavoro a essere declinata in tanti modi diversi.

Quella di Bartleby è una figura surreale o è molto più vicina a noi di quanto pensiamo?

E’ la cosa più contemporanea e terribile che possiamo avere di fronte oggi, perché credo che il confronto con questo personaggio, che noi evitiamo ogni giorno e che forse qualche volta addirittura cancelliamo, sia qualcosa di febbrile che ci attraversa in ogni secondo della nostra vita.

Quanto si avverte del contesto storico di quegli anni, quello cioè della seconda metà dell’Ottocento?

Si perde tutto ma non si perde niente. Si tralascia quello che è inutile e si mantiene quello che è utile. Il tipo di potere gestito da Bartleby in quel periodo continua a seguire la nostra rappresentazione. A quell’epoca è nato qualcosa che poi si è sviluppato e ha lasciato tracce; storicamente parlando, noi siamo il risultato di quel periodo. Per quanto quella dell’epoca fosse una Wall Street “bambina”, aveva già tutte le caratteristiche per diventare il mostro che decide le sorti del mondo.

Che concezione ha Bartleby del potere?

Non cadiamo nella trappola in cui cascano un po’ tutti quelli che hanno voluto appropriarsi di Bartleby e definirlo in un certo modo. Noi facciamo vedere come tanti se ne impossessano e mostriamo il modo in cui la definizione viene stretta e chiusa in una sola direzione. Se Bartleby esiste ancora e anche oggi ha senso che ci sia, è perché rappresenta un’interrogazione e non una risposta. Quindi, nel momento in cui si risponde, si distrugge il mito.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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