MASSIMILIANO LOIZZI, “L’OPERA DA 4 SOLDI”

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Una riscrittura di Massimiliano Loizzi, che adatta Brecht, che ha adattato John Gay, che aveva adattato i racconti popolari: un feroce atto d’accusa alla società capitalista, ritratta come una banda di delinquenti, ruffiani e meretrici, con l’intento, oggi come allora, di smuovere le coscienze sull’infame destino delle classi proletarie e sottoproletarie ovvero “migranti” o “extra-comunitari”, a seconda della moda giornalistica del momento.

L’OPERA DA 4 SOLDI, Ovvero come avrei fatto L’Opera da 3 soldi se avessi avuto i soldi per fare l’opera da 3 soldi, è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 21 novembre al 1° dicembre in prima nazionale. Ne è unico protagonista Massimiliano Loizzi.

Intervista a Massimiliano Loizzi

Che tipo di accusa fai alla società capitalista?

E’ una bella domanda! In realtà, per quanto possa sembrare assurdo, visto che L’Opera da 3 soldi è stata scritta da Brecht nel 1927 e poi portata in scena nel 1928-29, muovo le stesse accuse che muoveva lui, perché è sconcertante quanto le parole di Brecht, che si rifaceva in maniera assolutamente contrastante a quelle di Hitler e alla propaganda di Goebbels, siano terribilmente attuali. Passano i secoli ma la condizione degli ultimi rimane sempre la medesima. Quindi l’atto di accusa è far capire che, nonostante gli anni passino, le cose non cambiano e questo è molto grave.

Parto da qui e il resto si muove nel contemporaneo, facendo quello che aveva fatto Strehler, adattando L’Opera da 3 soldi e riportandola dalla Londra vittoriana alla New York degli Anni Venti, per renderla più vicina al pubblico degli Anni Cinquanta. E’ la stessa cosa che aveva fatto Brecht con L’Opera del Mendicante di John Gay, riportandola nella Londra vittoriana dal 1700 in cui era ambientata. Quindi l’operazione che faccio è quella di cercare di rendere contemporanea e adattare all’oggi L’Opera da 3 soldi, un racconto che parte dai governanti e dai delinquenti, che a quanto pare si muovono nelle medesime condizioni. Quale Paese migliore, se non l’Italia, dove spesso Stato e mafia purtroppo sono collusi? Quindi ho pensato di iniziare da qui.

Quanto fa ridere questo spettacolo rispetto agli altri che hai fatto?

E’ una risata più amara, mi piace definirla più drammatica, perché purtroppo la realtà esula spesso dalla fantasia. E’ più grande e tragicomica. Quindi raccontare una condizione e fare un paragone con le parole di Hitler per scoprire che quelle parole non sono state dette oggi ma cent’anni fa, rendersi conto che mentre parlo la condizione umana non è cambiata e fare ironia sul fatto che al giorno d’oggi non vediamo più per strada gli ultimi, i disgraziati e i morti di fame ma li lasciamo morire in mare, ci provoca una risata molto amara.

Questo spettacolo è diverso dagli ultimi che ho fatto proprio per mettere insieme la natura del mio comedy show e del mio essere portatore di satira con il teatro civile e con quello di Brecht. Lì la risata scaturiva negli spettacoli precedenti dall’analisi di me stesso nella condizione quotidiana e quindi dal prendere in giro l’italiano medio. Il discorso qui si fa un po’ più generale.

E’ uno spettacolo politico e partigiano. Se non fosse per il fatto che spesso le ideologie sono portatrici di morte, perché chi non è d’accordo con quelle ideologie poi viene ucciso, è uno spettacolo fortemente ideologico. Con i tempi che viviamo oggi, forse è necessario essere partigiani per riappropriarsi di alcuni discorsi che non dovrebbero essere di parte. Salvare gli esseri umani in mare o dare una possibilità di vita a chi scappa da guerre o da condizione climatiche avverse e dare una condizione di vita migliore a chi la vuole non dovrebbe essere il discorso di una parte politica piuttosto che di un’altra, ma dell’umanità. Brecht inizia proprio così. Si domanda quale sia il segreto dell’umanità. Forse è che resta tale sugli atti di bestialità che commette e sul tacito accordo di far finta di nulla.

Come avresti voluto mettere in scena la storia di Macky Messer?

E’ da lì che nasce perché un mio desiderio che avevo da ragazzino. L’avevo letta da giovane e mi era piaciuta tantissimo l’idea di mettere insieme la musica, le risate, i famosi cartelli di Brecht, il celebre rapporto con pubblico diretto che aveva e la rivoluzione che aveva fatto rispetto al teatro borghese di Cechov e di Ibsen molto in voga in quegli anni. Prendeva un discorso quasi shakespeariano e portava il teatro alla gente. E’ quello che ha fatto Strehler con Paolo Grassi. Purtroppo lo citano troppo poco spesso, ma è un altro genio che insieme a Strehler ha ideato quel pensiero politico e poetico per cui loro dicevano di non portare la gente a teatro ma il teatro alla gente.

Quindi, in questa tradizione popolare, mi sarebbe piaciuto fare una messinscena con più attori, più attrici, ballerini e ballerine. Mi trovo nell’infelice quanto esilarante condizione di dover essere io a ricoprire più ruoli. E’ la natura stessa della mia generazione che è figlia di una grandissima crisi economica. Quindi scherzo doppiamente, uscendo e entrando dalla quarta parete, su questa condizione culturale, sociale ed economica che la mia generazione vive. Non abbiamo scene né costumi, non siamo al mare, come dico nello spettacolo. Non abbiamo comparse né orchestra ma c’è tutto, il sacro e il profano, comprese le musiche che il maestro Airoldi ha riadattato.

Quanto c’è del teatro-canzone di Gaber in questo spettacolo?

Molto, nel senso che io mi rifaccio sempre a quella tradizione e a quella scuola, quella dei comici milanesi, di Jannacci, di Gaber, di Dario Fo, che hanno fatto grande il teatro-canzone, perché in realtà Brecht, nei suoi scritti e nell’opera stessa, dice che non è un’opera perché all’epoca non esisteva il musical, ma è più un musical, lo stesso che poi ha proliferato nella scena dell’off Broadway degli Anni Sessanta e Settanta. C’è un bellissimo musical dove mettono in scena la condizione della famiglia degradata e povera. Quindi, anche in quel senso, Brecht è stato un precursore dei tempi, perché abbinava il monologo alla canzone. Quindi in realtà è un musical o è teatro-canzone, oppure, come diceva Carmelo Bene, questo spettacolo non è.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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