Michele Losi, “Barbablù”

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Barbablù appartiene all’immaginario collettivo, è un archetipo che incarna metaforicamente il male che si camuffa, si insinua e imperversa iconoclasticamente rinascendo ogni volta in nuove immagini di sé. Nella scrittura originale dello spettacolo i protagonisti non sono le figure di vittima e carnefice, ma due testimoni che portano il pubblico in un viaggio attraverso le infinite possibilità di perversione dell’essere umano.

Barbablù è in scena alla sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano fino al 9 marzo. La drammaturgia è di Sofia Bolognini, la regia è di Michele Losi. Ne sono protagonisti Benedetta Brambilla e Sebastiano Sicurezza.

A tu per tu con Michele Losi

“Chi è Barbablù?”

“E’ qualcosa di molto complesso. Nella nostra scrittura in realtà non è il Barbablù di Perrault. Non è semplicemente una figura unica e univoca, ma è una struttura molteplice e sfaccettata. Alla fine ciascuno di noi può essere Barbablù. Quindi la nostra lettura è davvero poliedrica da questo punto di vista. Siamo partiti da un episodio storico reale, quello legato all’ermafrodito di Rouen, che era Gilles de Rais, il luogotenente di Giovanna D’Arco. Durante la Guerra dei Cent’Anni, si dilettava a torturare e a uccidere ragazzine e ragazzini, in modo particolare bambini.

E’ il primo grande serial killer della storia. A partire da questo è nata la figura di Barbablù in Francia e come la si trova in Francia, a causa di queste nefandezze particolari, la si ritrova in tantissime tradizioni collegate a episodi simili e comunque al fatto che l’uomo è capace per sua natura di questo. Spesso sono figure legate alla violenza, alla guerra e al potere. I barbabluismi hanno forme molteplici. Sono nascosti e annidiati nelle case, nelle persone e nelle famiglie. Quindi l’analisi che abbiamo voluto fare è che la costruzione di questi personaggi parte da queste considerazioni, cioè dal fatto che non esiste una forma di barbabluismo ma sono molteplici. Non dico infinite, però molto numerose.”

“E’ l’incarnazione del male?”

“E’ una delle possibili incarnazioni del male. Sicuramente è una figura molto oscura. Non è un male univoco, nel senso che a noi non piace pensare semplicemente a un bianco o a un nero, a un sì o a un no, a un male assoluto o a un bene assoluto che non esistono. Però è sicuramente un male molto forte e radicato che come è venuto fuori dall’analisi che abbiamo fatto con gli attori e con la drammaturga nella costruzione di questo lavoro, è un male molto incombente e forte.”

“Chi sono i veri protagonisti in questo spettacolo?“

“I protagonisti sono due fratelli, un po’ come i due fratelli della Trilogia della città di K cui in parte ci siamo anche ispirati. Questi due fratelli vivono in una sorta di archivio Barbablù che alla fine va a toccare i rami della propria famiglia, il nonno in particolare nel caso della nostra drammaturgia. Quindi sono due testimoni che in un certo modo hanno avuto all’interno della propria famiglia un episodio o degli episodi di Barbabluismo e quello che tentano di fare è di spezzare la catena di questo male, perché poi sappiamo che purtroppo questo tipo di violenza nelle sue varie forme in realtà tende a perpetrarsi per generazioni e generazioni, quando non è affrontata, non è detta e non è superata.

Il loro tentativo è un po’ quello di riuscire a spezzare la catena del Barbabluismo familiare e rievocandolo, in realtà comprendono, raccontano e portano con sé molte altre forme di Barbabluismo. Oggi, nel marzo 2025, hanno molto a che fare anche con la guerra e con la violenza legata alle guerre, nella fattispecie a quello che sta succedendo in maniera evidente a Gaza o in altri angoli del pianeta.”

“Qual è il tema centrale?“

“Il tema centrale è proprio l’indagine sulla natura umana e quindi sulle possibilità di riuscire ad andare a fondo rispetto alla possibilità di estirpare un male assoluto, che sia attraverso la rottura come nel caso familiare che proponiamo in scena o attraverso altri elementi. C’è un filosofo che noi amiamo molto, Jacques Derrida, che in realtà riprende anche la tradizione dei mistici ebraici, che dice che quando parliamo di perdono, dobbiamo confrontarci con la categoria dell’incommensurabile e dell’imperdonabile, altrimenti non è un vero perdono.

La capacità di andare oltre, di perdonare qualcosa di talmente grande e talmente mostruoso da non poter essere assolutamente giustificata e perdonata, è una capacità di perdono. E’ quello che ad esempio Nelson Mandela tentò di fare con la commissione che istituì in Sudafrica dopo la sua scarcerazione. E’ un modo di dire che non stiamo semplicemente dicendo che queste cose non sono mai state fatte, le stiamo raccontando e ce ne stiamo assumendo la responsabilità, però nello stesso tempo siamo pronti ad andare oltre. Questa secondo me è una chiave di lettura interessante delle possibilità contro il Barbabluismo.”

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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