Novembre, vigilia delle elezioni presidenziali americane. Il presidente uscente Charles Smith è alle corde: i sondaggi precipitano, i fondi scarseggiano e l’ombra di un conflitto nucleare si fa sempre più concreta. E’ l’ossatura di November, commedia scritta da David Mamet nel 2007, che arriva al Teatro Manzoni di Milano fino al 17 maggio con la regia di Chiara Noschese, anche protagonista sul palco con Luca Barbareschi, Simone Colombari, Nico Di Crescenzo e Brian Boccuni.
Intervista a Luca Barbareschi
Possiamo definire David Mamet un visionario? Questa commedia, scritta nel 2007, sembra lo specchio perfetto di quello che sta accadendo negli Stati Uniti con Trump.
In realtà direi quasi profetico, perché Mamet, come tutti i grandi artisti vede avanti. Quando ha fatto Oleanna, nel 1990, parlava di stupro verbale e di political correctness. Succedeva 36 anni fa. Quando ha scritto questa commedia, c’era Bush che era un po’ sotto le righe. Impazzava la guerra in Iraq. Oggi c’è quella in Iran, in realtà non è cambiato niente. La cosa straordinaria è che tutto riaccade in modo identico. Anche il conflitto in Iraq finì col ritiro dei soldati che se ne andarono lasciando un disastro e lo stesso accade oggi. Mamet in questo è un genio.
Quanto cinismo e quanto humour nero ci sono in questa commedia?
E’ una commedia divertentissima. C’è un grande cinismo perché dice la verità. Il presidente afferma che quelli dei tacchini non gli danno soldi per il giorno del Ringraziamento, ma lui se ne frega e decide di riscrivere la storia del Ringraziamento e di mangiare il tonno. Tutti rimangono stupiti e lui chiede di chiamare un indiano a cui fa dichiarare che all’inizio loro mangiavano il tonno. Si prende così in giro la gente. A causa della post verità di questa nuova epoca che dura ormai da trent’anni, la gente non si ricorda più nulla.
Inoltre l’avvento di Internet ha creato una gran confusione, perché c’è un’ipercomunicazione: ci sono talmente tante cose che la gente non si ricorda. E poi ci sono i telegiornali che sono elementi di distrazione di massa. Vi pare normale che parliamo della Minetti da due settimane per poi scoprire che non ha fatto nulla e che quel genio del male di Report ha detto una stupidaggine? Pensate a quanto si perde la gente nelle cose. Tutte le sere si parla di Garlasco. Ma perché non parliamo di geopolitica? Perché non mi dite se arrivo a fine mese? Tutto questo contribuisce a permettere alla peggior politica di crescere.
Perché il sogno americano qui diventa la giustificazione per ogni mezzo? C’è del machiavellico in questo testo?
The american dream è stato il leit motiv dei padri fondatori, da Lincoln e Roosevelt. Lincoln libera la schiavitù e il sogno americano simboleggia un passaggio epocale. Ricordiamoci che la Rivoluzione francese avviene dopo quella americana del 1776. Sono i padri fondatori degli Stati Uniti che hanno influenzato l’Europa che, ingrata, gli ha rifilato Foucault, Baudrillard, Dalida, Sartre e tutti questi mascalzoni del postmoderno, infettando le università americane con il peggior pensiero postmoderno decadente. Come dice il mio grande rabbino Jonathan Sachs, i postmoderni hanno scritto libri che tutti possono leggere ma sono impossibili da capire.
Siamo di fronte a un testo in cui convivono in equilibrio intrattenimento e satira sociale?
Assolutamente sì. La satira sociale storicamente è sempre stata tipica del teatro d’intrattenimento. Lo era forse di meno ai tempi dei Greci perché era quasi dibattito politico, ma poi con Goldoni, Molière e Shakespeare divenne un commento al degrado del Paese.
- Intervista video di Andrea Simone
- Si ringrazia Manola Sansalone
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