Riccardo Magherini, “Hank”

“Hank per gli amici, Charles Bukowski per la storia.” Questa frase vuole celebrare Charles Bukowski, un autore che con il suo stile unico ha abbattuto le barriere tra poesia e prosa, creando opere che parlano direttamente al lettore, spesso con una cruda onestà e una vena di humor nero. La sua capacità di trovare il sublime nel banale e il profondo nel triviale ha lasciato un’impronta indelebile nella letteratura del XX secolo.

Hank è in scena al Pacta Salone di Milano fino al 12 giugno con la regia di Riccardo Magherini, che ne è anche protagonista con Nicola Maria Lanni e Gabriele Palimento.

Intervista a Riccardo Magherini

Perché Bukowski ha reso la poesia e la prosa quasi indistinguibili?

Perché era un genio! Aveva proprio la necessità di scrivere. Lui diceva che era meglio non essere scrittori, a meno che questo non sollevi dalla pazzia. Bukowski ha avuto una vita non facilissima, soprattutto nell’infanzia e nell’adolescenza. Quindi il suo vero veicolo per sopravvivere e per essere qualcosa è stata proprio la scrittura. Scriveva in continuazione. Poi naturalmente gli è anche andata bene, nel senso che per fortuna è stato riconosciuto prima in Europa. E’ stato molto riconosciuto e ha cominciato a diventare un mito. Lui diceva che scrivere poesie è divertente. Lo stile con cui si usa la poesia secondo lui era come parlare, come scrivere una lettera, tant’è che lui ha scritto moltissimi racconti che ha trasformato prima in poesia e poi in prosa. Era la sua vita, quindi non faceva distinzioni. Per lui tutto era poesia, anche scrivere una lettera.

Quanti sono gli inediti di Bukowski che sono venuti fuori dopo la sua morte?

Credo che questa sia una domanda che si può fare a Simona Viciani, che attualmente è la traduttrice ufficiale di Bukowski. Io sinceramente non sono al corrente, ma sembra che siano una quantità enorme per una semplice ragione: lui spediva moltissimo materiale e ai tempi si scrivevano lettere, non c’era la mail che cominciò a usare prima di morire. Le case editrici, i giornali, le riviste e quelli che ricevevano questo materiale avevano degli archivi con dei faldoni che andavano svuotati. Non potevano produrre tutto e alcune cose tornavano indietro, non perché fossero scarti, ma perché non c’era spazio per fare un’edizione. Questi faldoni sono depositati nella Bukowski Foundation. Se non era in camera che scriveva, era alle corse. Scriveva continuamente e quindi io credo che ci siano ancora adesso in giro degli inediti.

Che tipo di umanità rappresentava Bukowski?

Sicuramente si rifaceva al suo prossenico, perché parlava proprio di quello: dei suoi bar, delle sue strade, della sua casa. Parlava di quella Los Angeles e di quella società perché era quella da cui lui attingeva. Questa era la ragione per cui scriveva che però andava molto al di là di lui stesso, come tutti i geni. Ed è per questa ragione che ha parlato dell’umanità in senso molto ampio. Molti si sono riconosciuti leggendo. Per fortuna mia non ho avuto la sua stessa vita, però la pelle e la carne che lui racconta sono le mie, quindi non faccio fatica a riconoscerlo.

Quanto humor nero c’è in questo testo che porti in scena?


E’ quasi solo humor. Ci sono la disperazione, la tragedia e il dramma della vita, ma è tutto raccontato da sopra la collina, con l’occhio di un bambino crudele e senza veli. E’ pieno di umorismo e di ironia.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Colombo
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