Antonio Grosso e la sua compagnia presentano “Minchia signor tenente”

Sicilia, 1992. Su un cucuzzolo di montagna, in un paesino dove il tempo sembra essersi fermato, sorge una piccola caserma dei carabinieri. Cinque militari, ognuno proveniente da una regione diversa, condividono turni, scherzi, sfottò, e un’unica certezza: il massimo dell’emergenza, lì, sono i ladri di galline. Tra assurde denunce da parte di Parerella, il matto del paese, amori proibiti (uno dei carabinieri è fidanzato con una ragazza del posto, in barba al regolamento), paradossi quotidiani e una sorprendente armonia, il gruppo si sente ormai più simile a una famiglia che a una squadra militare.

Minchia signor tenente è in scena al Teatro Martinitt di Milano fino al 29 marzo. Scritto e diretto da Antonio Grosso, che ne è anche protagonista, vede sul palco Adriano Aiello, Gaspare Di Stefano, Antonello Pascale, Giuseppe Renzo, Paolo Roberto Ricci, Mariano Viggiano e Martina Zuccarello.

Parlano gli attori

Che tipo di vita fanno i cinque militari?

Antonio Grosso: Oggi, facendo le interviste e sentendo la canzone di Giorgio Faletti, mi sono reso conto per la prima volta dopo tanti anni che questo spettacolo è un po’ quello che era la filosofia di vita artistica di Giorgio Faletti. Racchiude un po’ tutto: la comicità, la poesia, la letteratura e la drammaticità. Noi non abbiamo mai paragonato lo spettacolo alla canzone di Giorgio Faletti, perché è sempre stato uno spunto, ma oggi, risentendo la canzone dopo tanti anni, ho capito l’essenza della filosofia artistica di Faletti. Lui è partito da Drive In, ha fatto una canzone drammatica a Sanremo. Credo che rappresenti proprio quel tipo di filosofia artistica, non voluta, tra l’altro, perché la sua canzone era un’ispirazione. Oggi ci ritroviamo un cult che nel 2026 farà 600 repliche.

In che modo parlate della mafia?

Antonio Grosso: Forse nella maniera migliore per denunciare: tramite l’ironia e la comicità. Ciò che Pif ha fatto con La mafia uccide solo d’estate noi lo abbiamo fatto nel 2006, quando abbiamo iniziato questo spettacolo. Poi siamo contenti che altre persone abbiano fatto questo e lo abbiano raccontato anche in altri film.

Com’è cambiata la mafia rispetto al 1992?

Adriano Aiello: Diciamo che ci sono molti più colletti bianchi rispetto al 1992. E’ meno evidente rispetto ad allora, ma questo non vuol dire che non ci sia.

Gaspare Di Stefano: E’ più silente e subdola.

Giuseppe Renzo: Ha solo espanso il raggio d’azione.

Gaspare Di Stefano: Ha solo smesso di essere spettacolare perché lo spettacolo che dava la mafia nel 1992 alla fine le si è ritorto contro, quindi hanno capito che in quella direzione non potevano più avere potere. Purtroppo si sono adattati ai tempi.

Antonio Grosso: Credo che oggi sia più pericolosa perché ha assunto delle forme legali e legalizzate in alcuni suoi aspetti.

Questo spettacolo ha vent’anni. Giorgio Faletti è morto il 4 luglio 2014. Ha fatto in tempo a vedere lo spettacolo? In fondo il titolo è lo stesso di una sua canzone che al Festival di Sanremo del 1994 arrivò seconda…

Antonio Grosso: Purtroppo no, non ha mai avuto la possibilità di vederlo. Noi lo abbiamo inseguito per tanti anni ma negli ultimi anni in cui lo spettacolo era esploso, lui non è stato bene. Abbiamo parlato più volte con la moglie. L’anno prossimo ritorneremo a Torino dopo che ci siamo stati per dieci volte di seguito e speriamo di far vedere alla moglie questo spettacolo che ormai in qualche modo va avanti grazie soprattutto a Faletti.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Lia Chirici
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