Monica Faggiani in sella con Alfonsina

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Una figura rivoluzionaria: Alfonsina Strada fu la prima ciclista donna tra il 1907 e il 1936 a partecipare a gare che fino a quel momento erano state appannaggio esclusivo degli uomini come il Giro di Lombardia e il Giro d’Italia. Trionfò in ben 36 gare contro colleghi maschi e ricevette le lodi di svariati campioni dell’epoca tra cui Costante Girardengo. Ma non conobbe solo l’altare. Il suo vissuto personale fu caratterizzato anche dalla polvere di alcune vicissitudini, come il ricovero del marito Luigi nel 1924 nel manicomio di San Colombano al Lambro, da cui l’uomo non uscì più fino alla morte dopo vent’anni di degenza.

Le gesta di un personaggio di grande rottura che aprì nuove prospettive rivivono nella voce e nella performance di Monica Faggiani, in scena ad Alta Luce Teatro il 15 e il 16 marzo con lo spettacolo Alfonsina con la A, l’incredibile storia di Alfonsina Strada.

Intervista a Monica Faggiani

Cominciamo dal titolo dello spettacolo, Alfonsina con la A: perché hai voluto specificare la lettera finale?

Perché si riferisce proprio a un episodio della vita di Alfonsina: quando la ammisero a partecipare al Giro d’Italia nel 1924, andò a comprare la Gazzetta, perché voleva leggere il suo nome nell’elenco dei partecipanti. Vicino però al numero 72, quello con cui lei corse al Giro, c’era scritto “Alfonsin” e sul Corriere si leggeva “Alfonsino”. Non si è mai capito se si sia trattato di un errore del tipografo o se invece sia stata una scelta precisa nella comunicazione della Gazzetta, che in qualche modo si sentiva in difetto e in imbarazzo per aver ammesso una donna. Chiaramente, dunque, quest’episodio mi ha dato il la per rivendicare la “A” finale che indica la partecipazione di una femmina alla gara. Per ridefinire l’identità di donna di Alfonsina, sono quindi partita dalla Storia.

Chi fu il primo a credere in lei?

Credo Carlo Messori, il suo secondo marito e il suo allenatore. Lei lo conobbe alla Montagnola di Bologna, dove andava ad allenarsi nella pausa pranzo. Il secondo personaggio importante è stato Luigi Strada, che non fu solo il suo primo marito, il suo grande amore e colui che con il nome Strada le diede un destino, ma anche l’uomo che ha visto in Alfonsina una rivoluzione. In lei Luigi Strada ha intuito qualcosa che non c’era e dato che lui era un inventore, le diceva che inventava qualcosa di nuovo. Sicuramente anche Armando Cougnet ha creduto in lei e l’ha spronata. Era l’organizzatore del Giro d’Italia e ha permesso da sempre ad Alfonsina di fare qualcosa di rivoluzionario, pur sapendo che essere rivoluzionari non andava bene per lei. Quindi ne ha pagato anche un po’ le conseguenze a livello politico.

Oltre alla vicissitudini personali e ai momenti di gloria, ci furono pure episodi negativi nella sua storia professionale?

La sua carriera è costellata di fattacci, anche durante il Giro. Nella prima tappa, infatti, Alfonsina cadde in un burrone sul Passo del Penice e riuscì in qualche modo a salvarsi. I corridori dietro di lei, che videro la scena, la lasciarono nel precipizio, dopo che si accorsero che a cadere era stata Alfonsina, la femmina.

La sua vita professionale fu costellata di insuccessi e di gare non vinte, ma capita a tutti. E’stata caratterizzata da un odio che molti corridori le riservavano per il fatto di essere femmina e per la paura che fosse una donna a superarli. L’obiettivo di Alfonsina era però quello di dimostrare che ce la poteva fare al pari dei maschi. E’ ovvio che nessuno ha mai pensato che potesse vincere il Giro d’Italia, così come fu per il Giro di Lombardia a cui lei partecipò due volte, nel 1917 e nel 1919. Nella prima occasione, Girardengo le strinse la mano nonostante fosse arrivata ultima e le disse che per lui era stato un onore gareggiare con una ciclista che pedalava come pedalava lei.

Che tipo d’impatto ebbe su Alfonsina il contesto storico del ventennio fascista?

Merita di essere raccontato un episodio che fa riflettere e che io trovo anche divertente: quando lei arrivò a Verona, la penultima tappa del Giro prima di Milano, corse la voce che sarebbe arrivato Mussolini perché voleva stringere la mano di Alfonsina. La definì una donna straordinaria che rendeva onore all’Italia. Lei però non volle perché rispose che era proprio lui a dire che le donne dovevano stare a casa, obbedire, fare figli e portare le corna, quindi non vedeva alcuna ragione di incontrarlo. Questo fatto racconta il rapporto di Alfonsina con quella gabbia strettissima che lei si è trovata cucita addosso, una gabbia patriarcale, sottolineata ovviamente dal ventennio fascista come succede con l’estrema destra e con la destra. Ogni riferimento a quello che sta accadendo oggi non è puramente casuale!

  • Si ringrazia Federico Riccardo
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