Omar Nedjari, “La Repubblica”

L’opera di Platone è alla base del pensiero occidentale ma, mentre il suo intento è conoscere la radice del “bene” e di conseguenza del “buon governo”, molte delle soluzioni che immagina come buone ci lasciano attoniti, sbalorditi e confusi. Il buon governo, il governo “giusto” può forse convivere con la forte censura che Platone impone?

La Repubblica di Omar Nedjari è in scena al Teatro Carcano di Milano dal 5 al 7 febbraio. Diretto dallo stesso Omar Nedjari, lo spettacolo vede protagonisti Alex Cendron, Sergio Longo, Stefano Orlandi, Marika Pensa e Giuseppe Sartori. Il coro è composto da Giacomo Angioletti, Anna Benedetta Battaia, Serena Krusa, Jacopo Militello, Leonardo Matera, Francesca Mele, Sofia Costanzo, Patrizia Salis, Sofia Genovese, Tommaso Di Bernardo e Giovanni Palazzo.

Intervista a Omar Nedjari

Qual era l’idea di democrazia che aveva Platone?

Di sicuro non ne aveva una grande stima. Lui aveva vissuto la dittatura dei Trenta Tiranni che ha ucciso molti dei protagonisti de La Repubblica. Anni dopo lui scrive quest’opera e mette in scena le storie di molte persone uccise da loro. Solo che la democrazia seguita al periodo dei Trenta Tiranni è in realtà la stessa che ha condannato a morte Socrate. Di conseguenza le esperienze di governo di Platone non sono state particolarmente positive e lui non aveva una grande fiducia nella democrazia. Ne aveva in un’oligarchia illuminata. Non nell’oligarchia, perché la riteneva una delle peggiori. Infatti sta sempre nel mezzo nella descrizione politica che fa Platone delle varie forme di governo, però quello che lui immagina come il governo migliore è fatto di filosofi, quindi è un’oligarchia illuminata.

Oggi siamo un continente troppo pieno di contraddizioni, sempre in bilico tra democrazie e dittature?

Ci siamo accorti negli anni che un diritto conquistato non lo è una volta per sempre. I diritti e la libertà sono da difendere giorno dopo giorno. Possono crollare da un momento all’altro. Forse avere questa consapevolezza ci può aiutare a difenderli nella maniera migliore e anche in un vero progresso della società, che non è semplicemente quello tecnologico ma lo è nella forma di governo che cerca di fare in modo che una parte sempre più larga della popolazione venga tutelata, fino ad arrivare al punto in cui tutti i cittadini possono essere ugualmente difesi nei loro diritti.

Dove sta l’origine della giustizia che Socrate cerca?

Il punto fondamentale ne La Repubblica di Platone è un confronto. Io in questo caso divido le battute fra Socrate e Platone, che in realtà nel dialogo non sarebbe presente ma che io metto in scena. Il nocciolo della questione nasce da un conflitto fra Socrate – e nel mio caso anche Platone – e Trasimaco, un personaggio piuttosto sgradevole nella lettura dell’indagine storiografica del testo, che sostiene una tesi: la giustizia è l’utile del più forte, cioè fa l’interesse del potere. Qualsiasi sia l’autorità, la tirannide cerca il guadagno del tiranno e la democrazia quello del governo. Socrate gli risponde che non è vero e che la giustizia non può essere il vantaggio del più forte; anzi, dovrebbe essere quello del più debole.

Il problema di questa dicotomia, che in qualche modo Platone segue per tutta la vita e anche nella sua ultima opera che sono Le leggi, è frutto di una questione molto semplice: Trasimaco parla della realtà, dei fatti, di come si sviluppano le cose nel quotidiano, mentre Platone cerca una giustizia che non ha origine ma che è eternamente nel mondo delle idee. Quella di cui parla Platone, che non è l’utile del più forte, si trova su un piano ideale. Quella di cui parla Trasimaco su quello quotidiano della realtà. E’ questo il grosso conflitto che si consuma nel primo libro de La Repubblica che dà origine a tutto il testo.

Perché dici che pochi di noi vorrebbero davvero vivere nella città ideale di Platone?

Perché è una distopia: noi oggi non vorremmo abitare in una città dove esiste una profonda censura del materiale poetico e narrativo, che viene nascosto in base all’interesse della città, che decide di tagliare alcuni passi di Omero perché fanno sembrare la morte una cosa brutta e invece i cittadini non devono averne paura perché devono essere forti e combattere. Non vorremmo stare in una città dove tutti sono obbligati a fare determinate cose, dove la medicina si occupa dei più forti e lascia morire i più deboli perché non sono utili alla città, e dove i peggiori vengono eliminati affinché sia una comunità dei migliori.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Cristiana Ferrari
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