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Opera al bianco è la storia di un viaggio iniziatico che fanno alcuni personaggi. In un’epoca dal futuro incerto e cupo, la nostra, un gruppo di giovani decide di chiudersi in un ritiro per approfondire la conoscenza di sé e trovare le forze per costruire la speranza, una cosa che per loro era diventata solo una parola o un’ennesima declinazione dell’individualismo.
Opera al bianco è in scena al Teatro Filodrammatici di Milano dal 9 al 19 ottobre. Lo spettacolo, scritto e diretto da Fausto Paravidino, vede protagonisti Giorgia Casiglia, Lara Cosentino, Alessio Dongarrà, Tancredi Gadaleta, Ernesto Genovese, Matteo Gialanella, Allegra Gomiero, Lisa Mignacca, Stefano Palumbo, Damiano Piva, Elisabeth Tonetto e Caterina Truci.
Quattro domande a Fausto Paravidino
Cosa si intende con l’espressione “viaggio iniziatico?”
La nostra storia è un giocattolo fatto così: io ho studiato un po’ il presente e ci sono due motivi buoni per farlo, perché mi sono confrontato a lungo con questi ragazzi: uno è che è una pièce scritta adesso. L’unico vantaggio è cercare di cogliere lo spirito contemporaneo. L’altro è che ho la fortuna di lavorare con degli attori molto giovani, fra i 23 e i 30 anni. Per cui è una generazione che deve esprimersi, capire e ascoltare. Per questo abbiamo fatto una nostra analisi del presente, di quali sono il nostro e il loro posto riguardo al mondo in cui siamo e i nostri sentimenti.
Ci siamo inventati questa storia, che è un romanzo di formazione con due giocattoli: lo studio dell’alchimia, finita nel calderone dell’astrologia e dello pseudoscienze, ma che una volta, fino al Rinascimento, aveva avuto una grande importanza: era legata al libero pensiero. E poi l’idea di costruire una setta come un mondo alternativo che noi possiamo strutturare completamente, in alternativa a quello che stiamo vivendo, che ci va stretto e che non sappiamo come cambiare. L’alchimia è una specie di setta e avendo a che fare con queste due cose, i nostri personaggi fanno un viaggio di trasformazione dentro di sé.
Quali sono le insicurezze e le paure che caratterizzano i protagonisti?
La paura del futuro e la mancanza di speranza.
Cosa rappresenta la speranza per i personaggi?
La capacità di immaginare un futuro migliore e un altro mondo rispetto a quello che ci è dato: è una cosa che nel passato caratterizzava e dava un senso alla vita delle persone legata all’ideologia comunista, al Cristianesimo o semplicemente a fare una famiglia e che adesso invece abbiamo perso. Sembra di stare in una sorta di eterno presente, dove l’unico mito a disposizione è quello della gioventù, che però ovviamente è una cosa che invecchia e che non cresce, dove da un certo punto di vista politico ed economico, abbiamo la sensazione di vivere nell’unico dei mondi possibile, che deve per forza essere migliore e quindi non emendabile.
Dunque il nostro margine di azione e di immaginazione del futuro e di speranza è molto ristretto. Viviamo quindi in una specie di società dell’impotenza. Lo vediamo adesso, con questi grandi movimenti di piazza contro il genocidio a Gaza. Stiamo vivendo qualcosa a cui eravamo completamente disabituati: delle persone che manifestano per immaginare un mondo, se non migliore, almeno meno brutale. Questa è una cosa per noi quasi inedita.
Perché questo viaggio si rivela più lungo e difficile del previsto?
(ride) Perché non siamo preparati al cambiamento. Un filosofo coreano molto influente che lavora in Germania parla di come “la società della stanchezza” è un mondo immerso in una condizione psicologica che in realtà non prevede il cambiamento: noi cerchiamo di essere noi stessi, non qualcun altro di migliore. Quindi in realtà siamo conservatori. La cosa che ci fa più paura è cambiare. Queste persone si fermano dove sono per paura o per desiderio di cambiamento.
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Fabrizio Papitto
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