Filippo Renda, “Baccanti Il regno del Dio che danza”

Un viaggio oltre il semplice spettacolo teatrale. L’esplorazione di una fusione fra mito antico e riscoperta del rito con una visione contemporanea della liberazione e dell’espressione corporea. Un inno alla potenza del corpo femminile come strumento di rivoluzione e cambiamento. Tutto questo è Baccanti Il regno del Dio che danza, lo spettacolo scritto e diretto da Filippo Renda, protagonista anche in scena, al Teatro Litta di Milano fino al 24 marzo, insieme a Maria Canal, Gaia Carmagnani, Silvia Guerrieri, Sarah Short e Alice Spisa.

Parla Filippo Renda

Filippo, la tua versione è concorde con la critica che invita l’uomo a non ribellarsi contro la divinità?

Rispetto all’edizione di Euripide il nostro lavoro non mette in guardia contro la divinità, ma invita a prendere parte al suo regno. L’aspetto interessante della nostra edizione è che la divinità prende il corpo di chiunque partecipi al suo rito. Dunque la dea Dioniso, di cui noi parliamo al femminile, è l’estasi stessa. E’ il momento in cui ci rendiamo conto che la nostra identità non esiste, che siamo tutti la stessa cosa. Non bisogna avere paura della sua rabbia: La dea è materna e ci accoglie. Il nostro desiderio dovrebbe essere quello di unirci nella danza con la divinità.

Quant’è importante il ruolo della donna?

Le figure femminili sono talmente importanti che io inizialmente avrei dovuto interpretare il personaggio di Penteo. Poi abbiamo deciso insieme di affidare a Gaia Carmagnani quella parte. Io sono un servitore, non ho un ruolo reale. E’ un inno al femminile, non solo al genere stabilito dalla nascita, quanto al femminino, allo spirito mutualistico di cui parla Riane Eisler in un suo grande classico, “Il calice e la spada”. E’ uno spirito che dovrebbe pervaderci tutti. I nati di genere maschile in questo momento devono avere il coraggio di fare un passo indietro e lasciare spazio di espressività al corpo femminile. Noi diamo importanza a esso, perché pensiamo che una rinascita e una speranza contro il regime passi attraverso il corpo femminile, dato che tutto ciò che utilizziamo e tutti gli attrezzi della nostra vita sono stati costruiti da e per un corpo maschile.

Perché c’è un accostamento tra i rave contemporanei e i baccanali?

Lo fa Georges Lapassade, il più importante etnomusicologo della storia, nel suo saggio “Dallo sciamano al raver”, quando compie un ciclo che parte dai primi fenomeni di trance estatica, sciamanica o di possessione, fino agli ultimi che lui chiama “di techno trance”. Il rave ha due caratteristiche principali: non è organizzato e si accede ad esso tramite un pellegrinaggio. Queste due caratteristiche portano i partecipanti a una sorta di processione ritualizzata. Non ha tutto il cerimoniale codificato di altri rituali, ma reagisce al desiderio dell’essere umano incastrato nell’equilibrio occidentale di perdere serenamente e gioiosamente il controllo in comunità con gli altri. Nel nostro Paese chi fa questo tipo di attività deve sentirsi fuori legge, proprio come i Baccanali che erano stati perseguitati nel sangue nell’epoca di Costantino. Almeno da noi il rave era l’ultimo rimasuglio dello spirito dionisiaco di liberazione per colpa di cliché e pregiudizi che fanno parte della realtà, ma non costituiscono il tutto.

  • Di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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