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Un viaggio immersivo in un’esperienza sensoriale collettiva. Uno spettacolo poetico e pulsante dove il teatro incontra la musica elettronica e la voce di una donna si fa incanto e resistenza. Il cacciatore di streghe è a tutti gli effetti un dj set performativo in cui il pubblico può muoversi liberamente nello spazio, fermarsi, ascoltare, danzare, farsi attraversare dalle onde sonore e visive che animano la performance. Nessuna fruizione passiva: la musica dal vivo non accompagna semplicemente l’azione scenica ma la plasma, la guida, la assorbe.
Il cacciatore di streghe è in scena alla sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano dal 18 al 21 giugno. La regia è di Filippo Renda e ne è unica protagonista Rebecca Sisti.
Intervista a Filippo Renda
Siamo di fronte a uno spettacolo teatrale o a uno spettacolo musicale?
Né l’uno né l’altro e tutti e due insieme, nel senso che per quanto mi riguarda, la musica è l’arte primitiva per eccellenza, quindi c’è nei miei lavori, soprattutto negli ultimi anni. La musica governa sempre l’azione scenica e il fatto teatrale, quindi diciamo che il principio creativo che avviene dal vivo, che è la particolarità dell’azione teatrale, ovvero degli attori, delle attrici e dei performer in scena, è sempre mediata e in qualche modo invocata e ispirata dalla musica. Quindi la musica diventa carattere e dispositivo d’ispirazione che permette ai performer di proporre al pubblico in quel momento l’atto creativo. Dunque è un viaggio musicale che si spera sia utile e sia atto a ispirare l’azione teatrale.
Che ruolo ha il pubblico in questo spettacolo?
Decide il pubblico che ruolo avere, nel senso che a un certo punto, quasi all’inizio, Rebecca Sisti darà proprio questa consegna agli spettatori, ovvero il modo di posizionarsi all’interno dello spettacolo, però sicuramente fa una richiesta alla platea, ovvero quella di essere parte del principio di guarigione di questo personaggio. Può esserne parte anche rimanendo immobile, ma semplicemente donando l’ascolto, quindi il pubblico ha il ruolo di pubblico, di chi ascolta, processa e tramite l’azione di chi è in scena compie un atto liberatorio interiore e io spero anche esteriore.
Quali sono i temi affrontati in questo spettacolo?
Sono quelli legati a tutto ciò che riguarda le relazioni tossiche, quindi anche la manipolazione affettiva, però non in maniera diretta ma mediata attraverso la metafora della caccia alle streghe. La storia è quella di una donna condannata a morte per stregoneria ma ripercorreremo la sua storia e scopriremo che sono esattamente gli stessi step di un processo di relazione tossica di manipolazione affettiva.
Perché questo non è uno spettacolo da capire ma da attraversare?
Perché quello che sto cercando di proporre con il teatro che faccio negli ultimi anni, ovvero quello di disattivare un principio critico di decriptazione del fatto teatrale, è invece lasciarsi ispirare e introdurre nel fatto teatrale e perdersi dentro di esso, che non significa non dover capire, ma vuol dire che la chiave non è interpretare, capire cosa c’è sotto e comprendere cosa avrebbe voluto dire l’attrice piuttosto che il regista. Significa che il momento dell’arte e in cui noi possiamo immaginare un’alternativa al reale, possiamo pensare che il reale non sia l’unica alternativa e quindi ovviamente un approccio più logico e più razionale ci porta e ci schianta nella realtà, mentre un rapporto più misterico e più esoterico ci conduce in altri luoghi che sono quelli della nostra immaginazione.
- Intervista e podcast di Andrea Simone
- Si ringrazia Alessandra Paoli
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