Rita Pelusio, “Giovinette”

Nel 1932, decimo anno dell’era fascista, sulla panchina di un parco di Milano un gruppo di ragazze lancia un’idea, per gioco, quasi per sfida: giocare a calcio.

Fondarono così il GFC (Gruppo Femminile Calcistico), la prima squadra di calcio femminile italiana che in breve raccolse intorno a sé decine di atlete. Gli organi federali in principio assecondano l’iniziativa, consentendo loro di allenarsi, ma non di giocare in pubblico. La loro avventura sportiva riuscì caparbiamente a resistere per quasi un anno, quando, proprio alla vigilia della loro prima partita ufficiale, il regime le costrinse a smettere di giocare.

Giovinette – Le calciatrici che sfidarono il duce è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano fino al 3 dicembre. In scena troviamo Federica Fabiani, Rossana Mola e Rita Pelusio, che ha curato l’adattamento drammaturgico firmato da Domenico Ferrari con la regista dello spettacolo Laura Curino.

La parola a Rita Pelusio

Perché il regime fascista fu così miope e ottuso da impedire alle donne il gioco del calcio per “preservare le loro capacità di diventare madri”?

Perché il numero era potenza e bisognava fare figli del regime. Era soprattutto un pensiero dominante degli uomini, anche se fu la dittatura a fascista a stabilire le regole. Tutti i giornalisti le denigravano.

Le donne le vedevano invece con occhio più benevolo, magari anche quelle di fazioni opposte. E’ così?

Esatto. Secondo alcune dichiarazioni del tempo, alcune madri dicevano che da quando le figlie giocavano a calcio, sia la salute che l’umore erano migliorati. Venivano comunque osservate come uno strano fenomeno. Per altre donne invece non andava bene che le giovinette giocassero a calcio e che indossassero le mezze maniche o i pantaloncini corti.

Durante uno spettacolo, Elena Tagliabue, responsabile della Pro Sesto Femminile, raccontava che ancora oggi alcune madri temono che le proprie figlie si rovinino le gambe giocando a pallone. Il professionismo nel mondo del calcio femminile si è inserito tre anni fa, ma fino al 2020 le donne potevano farlo solo dopo il lavoro chiedendo un permesso, perché non c’era uno stipendio. I compensi delle calciatrici professioniste, paragonati a quelli degli uomini, sono tuttora miserabili.

Che adattamento teatrale avete fatto con Laura Curino e Domenico Ferrari rispetto al libro di Federica Seneghini e Marco Giani da cui è tratto lo spettacolo?

Abbiamo preso la storia reale ed estrapolato le tre figure femminili: Marta Boccagnini, la voce narrante; Maria Lucchesi, l’ufficio stampa del romanzo, e Losanna Strigaro, che faceva la commessa. Nel lavoro drammaturgico di Domenico Ferrari abbiamo usato la voce di questi tre personaggi per portare avanti la vicenda dal punto di vista più storico. Per esempio, le giovinette venivano mandate a fare le visite ginecologiche per avere la certezza che giocare a calcio non compromettesse la funzionalità materna.

Perché non potevano giocare col pallone di cuoio ma solo con quello di gomma?

Perché le reputavano molto più fragili. Il pallone di cuoio le avrebbe quindi danneggiate. Pensate però che queste donne non avevano il pallone da calcio e di conseguenza giocavano a piedi scalzi. Come dico nello spettacolo, ovviamente il collo del piede si arrossava. Giocavano però imperterrite anche a piedi nudi, perché pur di giocare, lo facevano con le scarpe col tacco della domenica.

Che cosa potrebbero insegnare oggi per cambiare la coscienza civile e la forma mentis del maschilismo sempre più dilagante queste figure femminili così coraggiose?

Ci sarebbe ancora bisogno di loro. Penso che abbiano lasciato una bella eredità. Non tutti conoscono questa storia ed è bello portare in giro questo spettacolo perché stiamo divulgando questa vicenda reale. Grazie al romanzo, vicino all’Arena di Milano, è stata intitolata a queste tre ragazze una strada: la via Calciatrici del 33. Sono state un esempio di determinazione perché per loro non è stato facile. Spesso dovevano agire di nascosto. A loro veniva vietato il piacere di poter giocare e questa è stata la lotta più grande.

Quindi si può parlare di tre figure rivoluzionarie di cui ancora oggi come allora c’è un gran bisogno?

Assolutamente sì. Devo dire che molte altre figure femminili si stanno esponendo contro la cultura maschilista nel mondo del calcio e contro le discriminazioni. Spesso le ragazze che giocano a calcio vengono prese in giro e viene chiesto loro se sono lesbiche, come se tra il gioco del pallone e l’omosessualità ci fosse una corrispondenza.

E se un maschio non gioca a calcio si dà per scontato che sia gay. Giusto?

Proprio così. Però per i ragazzi la forma mentis sta cambiando in meglio: loro non parlano di “uomo” o “donna”, ma dicono di innamorarsi di una persona. Questo per me è un passo avanti. Io ho molta fiducia e penso che la visione distorta della società possa finalmente cambiare.

  • Si ringrazia Silvia Gandolfi
  • Foto di Laila Pozzo e Roberto Longoni
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