Andrea Robbiano e Antonio Rosti, “Scateniamo l’inferno”

Avevamo conosciuto il professor Roversi con una lezione su Leopardi. Ora deve confrontarsi con Dante Alighieri e il suo Inferno e, fra tante incertezze, cerca l’ispirazione che faccia scattare l’interesse dei ragazzi. Ad aiutarlo interviene un misterioso bidello.

Scateniamo l’inferno è in scena al Teatro Leonardo di Milano il 20 gennaio. Scritto da Valeria Cavalli e diretto da Claudio Intropido, lo spettacolo vede protagonisti Antonio Rosti e Andrea Robbiano.

Quattro domande ad Andrea Robbiano e Antonio Rosti

Andrea, com’è passare da Leopardi a Dante?

Andrea Robbiano: Prima di tutto è un bel salto di secoli. E’ proprio un altro viaggio, perché abbiamo a che fare con un’altra pasta d’uomo e un altro tipo di approccio alla vita, e poi perché è sicuramente un autore che i ragazzi e il pubblico in generale hanno molto più chiaro e che sul piano didattico ha forse un posto molto più ingombrante di quello che ha Leopardi. Quindi l’approccio è sicuramente più delicato.

Su quali fonti si è basata l’autrice Valeria Cavalli per scrivere questo testo?

Antonio Rosti: Si è basata in modo particolare su alcuni passi dell’Inferno. Il Purgatorio e il Paradiso non sono stati minimamente toccati, perché giustamente, lo condividiamo anche noi, sono parti più liriche, più da lettura rispetto all’Inferno, dove ci sono anche dei conflitti.

Antonio, che tipo di operatore scolastico è il suo?

Antonio Rosti: Il discorso è sul confronto tra due modi di concepire l’insegnamento e quindi c’è una persona più anziana che ha una visione molto tradizionale, mentre il più giovane vuole in qualche maniera rinnovare. Però da parte nostra non c’è una preferenza. In qualche maniera quello che secondo noi esce, che è anche il tema fondamentale dello spettacolo, è che c’è una tradizione, ci sono dei maestri che ci insegnano delle cose, poi ognuno deve trovare la propria strada. Quindi si superano i maestri, ma non come competizione, come fatto personale per trovare il proprio modo e bisogna essere convinti di quel modo di insegnare.

Come mai avete deciso di fare una versione rap del quinto canto dell’Inferno?

Andrea Robbiano: Giocando un po’ durante le prove, l’ho proposto io perché c’è un legame per me molto importante tra l’innovazione che Dante e i suoi amici e soci del Dolce Stil Novo avevano deciso di portare nel 1300 che è molto simile all’innovazione stilistica e un altro Dolce Stil Novo che ha fatto il rap ormai una cinquantina di anni fa. Anche se i temi e il modo di trattarli sono diversi, l’idea di parlare la lingua della strada è la stessa, tant’è vero che La Divina Commedia viene considerata la prima opera in volgare, la lingua che allora in teoria avrebbero dovuto parlare tutti quanti. In più l’endecasillabo e la terzina sono una metrica quadrata che sta dentro. Ho solo dovuto brevemente lavorare sulle rime perché, essendo il rap in quarti e invece le terzine in tre, bisogna farle coincidere. Però con un’operazione meramente aritmetica si può fare.

Antonio Rosti: E’ stata tutta opera di Andrea.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli
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