Elena Russo Arman, “I corpi di Elizabeth”

La regina Elisabetta I, l’unica donna non sposata a governare l’Inghilterra, regnò per 44 anni con astuzia, seduzione e intelligenza. Una mente, una passione carnale e una capacità di autocontrollo fuori dal comune le consentirono di sopravvivere a pericoli inimmaginabili.

I corpi di Elizabeth di Ella Hickson con la traduzione di Monica Capuani è in scena alla sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini di Milano dal 17 gennaio all’11 febbraio. Diretto da Cristina Crippa ed Elio De Capitani, lo spettacolo vede protagonisti Elena Russo Arman, Maria Caggianelli Villani, Enzo Curcurù e Cristian Giammarini.

Parla Elena Russo Arman

Che cosa ti affascina della figura di Elisabetta I?

Intanto è un mito assoluto. E’ una donna che ha costruito un modo nuovo di essere regina, traendo ispirazione anche dai suoi predecessori, primo tra tutti il padre Enrico VIII. E’ uno dei personaggi storici più ricordati e rappresentati dal punto di vista figurativo, proprio perché l’immagine per lei era una forma di propaganda e di teatralizzazione del potere. Soprattutto mi ha affascinato molto il punto di vista dell’autrice Ella Hickson su questo personaggio. Nel testo I corpi di Elizabeth mi ha colpito immediatamente il linguaggio molto scarno e contemporaneo, nonostante affronti fatti storici, e anche perché getta una luce nuova su un personaggio così noto. Mi ha fatto venire voglia di vestirne i panni.

Quale fu la grande forza di questa straordinaria regina?

Ella Hickson la ritrae come una donna che ha agito nonostante una serie di avversità alle quali spesso non si pensa quando si è di fronte a un personaggio così grande, famoso e di successo. Era illegittima, a soli tre anni perde la madre Anna Bolena che viene decapitata e il padre muore presto, quindi, non solo rimane sola, ma costituisce una minaccia per chi ambiva al trono perché era comunque discendente diretta di Enrico VIII. La sua è stata una lotta per la sopravvivenza. Aveva una volontà di ferro, era molto intelligente, astuta, colta, conosceva molte lingue, tra cui il greco e il latino, una donna con una personalità forte e una spiccata sensualità alla quale ha probabilmente dovuto rinunciare per non perdere la propria autonomia.
Ha mantenuto la sua posizione di regina senza sposarsi e questo è stato un elemento peculiare del suo regno: è stata l’unica donna non sposata a regnare cosí a lungo in Inghilterra, per ben 44 anni, nonostante tutte le pressioni che deve aver subito dai suoi consiglieri e dal popolo, soprattutto perché non dava garanzia di eredi.

Perché questo è un testo scritto per parlare al pubblico di oggi?

Parla delle donne e delle difficoltà che incontrano in una società patriarcale. Una donna in carriera deve dimostrare di poter ricoprire un ruolo di potere due volte meglio degli uomini. All’epoca di Elizabeth come oggi, le donne partono con questo svantaggio. Riguardare alla storia passata ci può aiutare a riflettere sul presente. Il testo ma soprattutto la regia di Cristina Crippa e Elio De Capitani, si concentra molto su questo aspetto. Ci parla molto del rapporto tra uomini e donne e del rapporto tra generazioni diverse.


Come possiamo inquadrare il potere al femminile al tempo di Elisabetta I e ai nostri giorni?


Elizabeth può essere una grande ispirazione. E’ una donna che ha veramente attinto soltanto alle proprie forze per arrivare dove è arrivata, con tutta una serie di difficoltà. Agiva in un’epoca in cui il potere era maschile e si è affermata in quanto donna ma ha dovuto necessariamente usare un linguaggio maschile. Noi oggi secondo me possiamo fare un passo in più. Quindi l’affermazione delle donne al potere oggi deve essere un’affermazione totalmente al femminile anche nel linguaggio.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Foto in evidenza di Laila Pozzo
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