Renato Sarti: “I me ciamava per nome: 44.787”

Pochi sanno cosa sia stata, in tutto il suo orrore, la Risiera di San Sabba a Trieste, unico lager nazista in Italia munito di forno crematorio (da tremila a cinquemila le vittime). Un colpevole oblio ha soffocato fin dall’immediato dopoguerra le voci, a volte ha inquinato le prove, di quanto accadde quasi ottant’anni fa.

I me ciamava per nome: 44.787 è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 23 al 28 gennaio. Lo spettacolo è scritto e diretto da Renato Sarti, che ne è anche protagonista con Valentina Picello.

Intervista a Renato Sarti

Che cos’era la Risiera di San Sabba?

Era un ex opificio per la pilatura del riso che i nazisti, arrivando a Trieste l’8 settembre 1943 dopo l’Armistizio, trasformano in un campo di detenzione e di sterminio. Era un luogo per la pilatura del riso che arrivava dalle Indie al porto. Loro cambiano le reti di ferro che tenevano il riso con altre molto più grandi e lo trasformano in un campo di sterminio con forno crematorio.

Che cosa emerge dalle testimonianze dei sopravvissuti?

Teniamo conto che non era Dachau o Mauthausen o Treblinka o Auschwitz, ma un poeta triestino lo aveva definito il fratello minore di quei posti. C’erano tutto l’orrore della detenzione, della morte e delle torture e quello che facevano i nazisti agli oppositori politici, agli ebrei e a tutti quelli che erano i cosiddetti sottouomini che passavano di lì attraverso un inferno vero e proprio. Ad alcuni in una notte venivano i capelli bianchi.

Che cosa vuol dire avere una visione dal basso e dal di dentro?

Vuol dire avere le testimonianze di quelle persone che hanno vissuto quell’esperienza, quindi il racconto diretto. Non è mediato attraverso studi o analisi, è proprio il racconto di chi ha vissuto in prima persona quelle vicende.

C’è la possibilità che la storia si ripeta e che si verifichino nuovi episodi di xenofobia?

In quelle formule forse no. Spero, credo e mi illudo che sarà impossibile, anche se il fatto che ci siano guerre e ci siano ancora luoghi dove vengono usate la tortura o la ferocia fanno pensare che il pericolo ci sia sempre. Io credo che quello sia stato il punto di non ritorno. Il fascismo e il nazismo hanno posto in essere l’antifascismo e la democrazia per la crudeltà e il sistema criminale, perché quella scossa è stata talmente forte che quegli eventi non potranno più ripetersi. Speriamo sia così, anche se bisogna stare sempre all’erta. Non si sa mai.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
  • Foto in evidenza di Barbara Rocca
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