Renato Sarti, “Matilde e il tram per San Vittore”

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In seguito agli scioperi − i più grandi nell’Europa occupata dai nazisti – che durante la Seconda guerra mondiale paralizzarono i maggiori stabilimenti a nord di Milano, centinaia di lavoratori di Sesto San Giovanni e dei comuni limitrofi furono arrestati e deportati nei lager. Uomini sottratti ai propri affetti, costretti a vestirsi rapidamente per poi sparire. Madri, mogli, sorelle e figlie si precipitavano inutilmente al carcere di San Vittore e in altri luoghi di detenzione di Milano alla loro disperata ricerca.

Matilde e il tram per San Vittore è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 19 al 24 marzo. Tratto dal libro di Giuseppe Valota Dalla fabbrica ai lager, lo spettacolo è stato scritto ed è diretto da Renato Sarti. Ne sono protagoniste Rossana Mola e Marta Marangoni.

Intervista a Renato Sarti

In questo spettacolo parli di “non eroismo”. E’ una provocazione o la pensi davvero così?

Non era eroismo quello delle donne, dopo incursioni da parte dei tedeschi o dei nazisti o dei fascisti della Ettore Mutti che portavano via i loro mariti in piena notte, sfondando tutto. Era una cosa impressionante, perché uno non immagina cosa vuole dire entrare in una casa con i bambini piccoli. Li portavano via e non si sapeva più che fine facessero. Era una tecnica, un Achtung Nabel: li sequestravano e non dicevano loro più niente; scomparivano nel baratro del nulla. Cosa fanno il giorno dopo queste donne? Bisogna procurare da mangiare, ci sono gli anziani da curare e i bambini che piangono perché hanno fame. Ci sono il caldo, le malattie, la mortalità infantile. La guerra è già di per sé una cosa terribile dal punto di vista della vita quotidiana. In questo caso si ritrovavano da sole.

Che cosa simboleggia il tram per San Vittore?

Nasce dalla storia di una ragazzina che aveva 11 anni. Sua madre venne mandata al lager di Bolzano, il padre “fu suicidato” a San Vittore, lei aveva una nonna, ma decise di affrontare quel periodo da sola. A un certo punto riceve un bigliettino in cui le dicono che la madre è a San Vittore. Allora lei va verso il carcere da Monza e sbaglia tram. Alcuni anziani cercano di aiutarla. In questo caso lei rappresenta l’incoscienza della gioventù, comunque determinata ad andare a trovare la madre. L’eroismo sta nel viaggio che fa da sola.

Che cosa emerge dalle voci di quelle donne?

Che la guerra è una cosa terribile, che il fascismo è stata una tragedia immane, perché non c’era da mangiare, c’erano i bombardamenti e la paura che nasceva da essi. Uno pensa che un bombardamento sia uno scherzo, ma se cade una bomba a poche centinaia di metri, uno se la ricorda per tutta la vita. I significati più profondi sono quello di riconoscere l’eroismo sia degli uomini che delle donne e che la guerra è terribile. Metà dei 520 che vennero deportati in Germania morì e non tornò a casa.

Alla fine di ogni replica, avete pensato a un’iniziativa dedicata a Miran Hrovatin, l’operatore televisivo ucciso il 20 marzo 1994 a Mogadiscio insieme ad Ilaria Alpi. Ce ne vuoi parlare?

Prima fammi precisare che lo spettacolo è sotto il patrocinio di ANPI, Istituto Parri e soprattutto dell’ANED, l’Associazione Nazionale Ex Deportati. Miran era un mio amico, facevamo delle escursioni artistiche. Andavamo a vedere le mostre a Lubiana, a Milano, a Venezia. A Trieste c’era un gruppo di artisti che facevano riferimento all’Istituto d’Arte che io frequentavo. Il video descrive in maniera terribile che cos’è la guerra. Non è il gusto dell’horror, ma è proprio il quotidiano della guerra che ammazza. L’ultima volta che lo vidi aveva il problema di non avere un secondo figlio e mi disse che lo voleva perché il primo era nato dalla paura. Poi è andata com’è andata.

  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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