Renato Sarti, “Naufraghi senza volto”

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Quando si tratta di tragedie come le migliaia di migranti che perdono la vita nel tentativo di attraversare il mare in cerca di sicurezza e opportunità, è essenziale sollevare consapevolezza e sostenere gli sforzi per garantire che vengano trattati con umanità e dignità. È un problema complesso che richiede un impegno globale per affrontare le cause sottostanti e trovare soluzioni umanitarie.

Naufraghi senza volto è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 10 al 19 maggio. Lo spettacolo è diretto da Renato Sarti, che ne è anche protagonista con Laura Curino.

La parola a Renato Sarti

Esistono davvero esseri umani di serie A e di serie B?

Sì, purtroppo è una constatazione amara, anche un po’ avvilente ma è così. Quando succede una tragedia come quella di Linate o come quella delle Torri Gemelle o uno tsunami, si assiste a un prodigarsi doveroso da parte dei medici, degli anatomopatologi, dei medici forensi, per cercare di identificare le persone che sono morte. Invece in altri casi no. Cristina Cattaneo ha portato avanti una battaglia. E’ riuscita anche a ottenere dei risultati importanti. Però bisogna continuare in quella direzione perché le cose non vanno come dovrebbero. Non sempre, quando si trovano le persone nei naufragi del Mediterraneo, si fa di tutto per riconoscerle, per identificare il nome, prendere le impronte digitali e la dentatura, perché purtroppo non si fa così.

Che cos’è la perdita ambigua?

E’ quella situazione terra di nessuno per cui se muore un parente carissimo, un figlio, un padre, una madre, una sorella, una moglie o un marito, non si sa che fine ha fatto la persona cara. E’ ancora più tremendo, perché si rimane in una terra di nessuno. Nel testo noi trattiamo l’episodio che racconta Cristina Cattaneo che molti anni fa, quando ha iniziato questa crociata, una donna piemontese aveva perso la figlia e non ne sapeva niente. Questa situazione durava da vent’anni e lei avrebbe preferito sapere che era morta. Perché la speranza alla fine uccide. Lei non sapeva se il corpo della figlia era in una roggia, divorata dai cani oppure viva in un Paese del Sudamerica.

Questa situazione dell’ambiguous loss è una situazione in cui ci sono persone che perdono l’equilibrio psicologico. Io avevo una zia di mia moglie che veniva spesso da noi e che aveva perso il fratello in Russia durante la Seconda Guerra Mondiale. Qualsiasi cosa stesse facendo, se c’era un documentario, un film o un video sulla guerra, lei mollava tutto ed era come se entrasse in una sorta di situazione di irrealtà, sospesa. Lei si metteva davanti alla televisione e guardava i volti uno per uno, con la speranza dopo cinquant’anni che succedesse qualcosa. Però è una situazione che esaspera e che mette in una condizione di squilibrio psicologico.

Al centro dello spettacolo c’è un fatto di cronaca vero e proprio che raccontate?

Ci sono diversi naufragi di cui si parla, uno del 18 aprile 2015. E’ stato il lavoro più importante che ha fatto Cristina Cattaneo. Quel battello che doveva tenere 50 persone, ne tiene 900, va a fondo e lo ripescano dopo un anno con un sistema abbastanza complicato, una specie di salvagente che viene messo attorno a questo battello, viene riportato in superficie e succede una cosa straordinaria. Ci sono la Marina Militare, i Vigili del fuoco, diverse università, la Prefettura, le Questure, la polizia, c’è un concorso di associazioni che mettono questo barcone sul pontile di Melilli e Cristina e la sua équipe con l’aiuto dei volontari, riescono a esaminare quasi 600 corpi.

Quel caso ha dimostrato che si può fare. Basta che ci sia la volontà, perché i soldi si spendono dove si vuole. In altri casi sappiamo che si buttano via soldi per altre dabbenaggini e tutto questo per fare in modo che se un parente della vittima magari abita in Francia, in Germania, in Svezia o in Senegal sa che se una persona è partita e viene in Italia, c’è una banca dati dove andare a riferirsi e chiedere qualche informazione.

Che cos’è il Labanof?

E’ il laboratorio dell’Università degli Studi di Milano e lo hanno creato una ventina d’anni fa. Cristina Cattaneo è la responsabile e ha una serie di collaboratori abbastanza importanti. E’ vicino a piazzale Gorini dove c’è l’obitorio. Sembra un po’ una specie di covo, dove lavorano queste persone immerse tra documenti, schede, archivi, oggetti, perché loro hanno conservato gli oggetti che hanno trovato addosso ai naufraghi. E’ una sorta di luogo dove queste persone cercano in qualche maniera di fare un lavoro che andrebbe fatto da altre realtà e da forze ben più forti. Con il piccolo ausilio delle università cercano di supplire quello che dovrebbe essere fatto da altre realtà.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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