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Il 9 gennaio 1993 Jean-Claude Romand uccise in Francia la moglie, i figli e i genitori, poi tentò di suicidarsi, ma invano. L’inchiesta rivelò che non era affatto un medico come sosteneva. Da diciott’anni mentiva, e quella menzogna non nascondeva assolutamente nulla. Sul punto di essere scoperto, preferì sopprimere le persone di cui non avrebbe più sopportato lo sguardo. Fu condannato all’ergastolo.
A questo terribile fatto di cronaca nera si ispira il testo di Emmanuel Carrère L’avversario, diventato a sua volta un reading teatrale prodotto da Atir con Arianna Scommegna e Mattia Fabris in scena al Teatro della Cooperativa di Milano fino all’11 maggio. Sul palco anche il chitarrista Massimo Betti.
Parla Arianna Scommegna
Che idea ti sei fatta della psicologia di questo spietato assassino?
La sua psicologia è molto complessa, ma lo è tantissimo anche quella del mondo intorno a lui che in quei diciotto anni di menzogna non è riuscito a fargli una domanda. Pensa che in cinque minuti la polizia ha scoperto che lui non era un medico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nessuno in tutto quel lasso di tempo ha chiamato il suo ufficio né sua moglie né i suoi genitori né i suoi amici. Nessuno. Questo è ancora più sconvolgente della sua bugia. Quindi è una psicologia che riguarda lui, una persona sicuramente molto malata, ma anche il mondo intorno a lui.
L’autore Emmanuel Carrère ha incontrato Jean-Claude Romand e ha assistito al processo. Cos’ha significato per lui quest’esperienza?
Carrère è uno scrittore che riesce a entrare con un’umanità profondissima dentro al cuore degli esseri umani. La sua scrittura ci regala proprio la capacità di cogliere in profondità la natura degli uomini. Quindi, come in tutti i suoi romanzi e soprattutto in V13 dove assiste al processo degli assassini del Bataclan, lui riesce a cogliere dei tratti e dei particolari dell’umanità e delle sue contraddizioni in modo veramente unico, speciale e profondo come solo lui sa fare. Si mette proprio al fianco del cuore delle persone che studia. E’ capace di guardare la natura umana con una lente di ingrandimento che ci fa vedere dei dettagli che noi in maniera assurda rivediamo in noi stessi.
E’ vero: questa è una storia terribile. Quest’uomo ha ucciso sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori e il cane, ma grazie alla scrittura di Carrère è possibile superare questo lato personale della storia di Jean-Claude Romand e ritrovare delle cose in ognuno di noi. E’ questo che rende universale questa storia.
Possiamo dire che Jean-Claude Romand è stato una vittima di se stesso?
Sicuramente, perché lui non riusciva a rispondere all’immagine sociale che gli altri volevano avere di lui e che forse lui desiderava avere di sé. Quindi non si perdonava o non accettava di non essere quello che gli altri pretendevano che fosse. Era come se si fosse disegnato un’immagine di sé che non riusciva a rispettare.
Oggi Jean-Claude Romand ha 71 anni e dal 2019 è in libertà vigilata. Se tu potessi incontrarlo e guardarlo negli occhi, che cosa gli diresti?
Penso che starei molto in silenzio. Non avrei grandi parole perché dopo quello che ha scritto Carrère, forse non si tratta tanto di dire qualcosa a lui ma di riflettere. Può essere che la sua storia non sia un’esperienza che vogliamo approfondire più di tanto su di lui ma quasi a specchio su di noi. L’avversario è qualcosa che ci riguarda. Spero non in maniera così tragica, ma il nostro è un mondo performativo che ci richiede di avere un’immagine sociale standardizzata fatta di una famiglia, di figli e di una casa. E’ come se si dovesse seguire un copione. Uscirne è un esercizio quotidiano per tutti noi.
- Intervista e podcast di Andrea Simone
- Foto di Roberto Scordamaglia
- Si ringrazia Maurizia Leonelli
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