Irene Serini, “Leibniz, Uno spettacolo barocco”

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Leibniz, Uno spettacolo barocco nasce dal tentativo di fare luce su quella parte oscura e misteriosa che abita in noi anche se l’abbiamo tagliata fuori “prima ancora di averla capita”. Riappropriarsi della parte irrazionale di sé significa non esserne succubi e non subirne le conseguenze indirette, perché è su questa mancanza che fanno leva il capitalismo e i populismi vari. Gottfried Wilhelm Leibniz, è stato un filosofo e un matematico razionalista e uno dei massimi esponenti del pensiero barocco.

Leibniz, Uno spettacolo barocco è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 15 al 17 aprile. La drammaturgia è di Eleonora Paris, mentre la regia è di Irene Serini. Entrambe sono protagoniste in scena con Alessandro Balestrieri.

Intervista a Irene Serini

In questo spettacolo è molto importante la parte irrazionale di sé, giusto?

Sì, assolutamente. E’ quella da cui siamo partiti a lavorare. Chiaramente siamo sprofondati in un mare magnum, perché parlare di irrazionalità significa parlare di tutto e di niente. Eravamo attratte dall’irrazionalità che si sviluppa nella mente dei cosiddetti normali. Da lì piano piano abbiamo cominciato a scavare fino a incontrare il massimo filosofo del razionalismo, che è Leibniz: colui che più di tutti credeva nella logica, nella matematica, nella possibilità di risolvere matematicamente qualsiasi conflitto, nella capacità di tradurre la matematica in algoritmo e quindi di dare vita anche a tante cose che riguardano il nostro contemporaneo come l’intelligenza artificiale, pur parlando di un soggetto che visse a cavallo tra il 1600 e il 1700. Quindi, lentamente abbiamo cominciato a farci strada nel mare magnum dell’irrazionalità e della follia presente in ognuno di noi, non volendo separare coloro che sono ufficialmente considerati matti e coloro che sono ritenuti normali.

Perché si dice che Leibniz è uno di noi?

E’ una domanda molto complicata, applicabile ovviamente a chiunque si voglia utilizzare quasi in maniera simbolica. Nel nostro spettacolo non si fa in qualche modo una reale biografia di Leibniz. Lo si usa un po’ in maniera simbolica, come un soggetto che ci può interessare perché la sua attività è presente nel nostro contemporaneo e perché Leibniz soffrì per un periodo di depressione. Stiamo quindi parlando di un soggetto di successo, di una persona inserita nelle migliore corti del tempo che a un certo punto ha perso il senso di tutto quello che stava facendo, perché nel momento in cui parliamo di irrazionale, ci scontriamo anche con qualcosa che può farci colare a picco.

Una delle ambizioni dello spettacolo è utilizzare Leibniz per guardare in faccia questa parte un po’ più cupa e più spaventevole, perché oltre a quella cupezza si possono scoprire anche dei tesori. Non dimentichiamo che Leibniz fu colui che pronunciò la famosa frase “Viviamo nel migliore dei mondi possibile”. E’ una frase da cui possiamo anche prendere le distanze per certi versi, che però prendeva in esame anche il fatto che tra tutte le meraviglie di questo mondo ci sono anche il brutto, il buio, l’inconscio e le cose che ci spaventano.

Che cos’era il linguaggio artificiale?

Lei sta parlando con una persona che in realtà è una sorta di boomer che, detta fuori dai denti, fatica a rispondere a questa domanda. Quello che noi abbiamo provato a fare è senz’altro usare degli strumenti che rievocassero la possibilità di lavorare con l’intelligenza artificiale, perché lo spettacolo è anche una cavalcata in tempi storici differenti e ci sono dei salti temporali che vanno dal 450 a.C. al 2026.

Si indaga l’irrazionalità da vari punti di vista, per cui i protagonisti della prima parte sono delle funzioni numeriche e sono quelle che poi vanno ad attraversare la storia dell’irrazionale. La prima parte è molto scoppiettante ed allegra a dispetto di quanto detto fino ad ora. E’ quasi una sorta di cavalcata cabarettistica nella storia dell’irrazionalità che ovviamente poi entra in contatto con la logica e con tutte le sue assurdità. Noi siamo dei numeri, l’1 e lo 0, cioè la base del linguaggio computeristico, ma oltre a questo fatico veramente a rispondere.

Perché in Leibniz abbiamo visto il nostro fallimento?

Io non sono d’accordo, devo dire la verità. Si va a toccare una questione che Leibniz stesso pronuncia nello spettacolo. Nella seconda parte arrivano finalmente Leibniz e questa principessa Sofia che dialoga con lui. Si entra in contatto con questa forma di depressione e Leibniz dice di avere creduto di vivere veramente nel migliore dei mondi possibile. Sofia gli riconosce il fatto di avere letto nei suoi occhi non solo la tristezza ma anche la speranza in qualcosa che doveva andare in un certo modo e poi invece è andata in un altro.

Quindi io non credo che in Leibniz ci sia il nostro fallimento. Io sono un’ottimista per certi versi e mi affeziono a colui che ha creduto così tanto nella matematica da pensare di poter risolvere qualsiasi conflitto mondiale. Chiaramente questi sono tempi difficili in cui credere che la matematica e che l’intelligenza artificiale possano aiutarci a risolvere qualsiasi conflitto mondiale, semmai lo alimentano e forse in questo senso si può pensare sulle prime che Leibniz ci abbia accompagnato anche a un fallimento di qualcosa. Però io continuo invece a fare il tifo per lui.

  • Intervista e podcast di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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