Antonello Taurino, “Sono bravo con la lingua”

Un viaggio nella linguistica attraverso le curiosità più divertenti degli idiomi del mondo, un monologo nello stile di altri spettacoli di Antonello Taurino: argomenti serissimi trattati in modo comicissimo. Qui è l’esilarante confessione di un docente di lingue antiche alle prese con la svolta lavorativa più destabilizzante della sua carriera: la possibilità di trasferirsi in un’azienda hi-tech della Silicon Valley.

Sono bravo con la lingua è in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 30 gennaio al 4 febbraio e dal 9 all’11 febbraio. Lo spettacolo è stato scritto da Carlo Turati e Antonello Taurino, che ne è l’unico protagonista.

Intervista ad Antonello Taurino

Quali curiosità delle varie lingue racconti in questo spettacolo?

Alcune popolazioni non hanno per esempio la destra e la sinistra per le indicazioni dello spazio, hanno soltanto i punti cardinali. Quindi loro hanno un braccio nord e un braccio sud che però si inverte quando si gira, perché la direzione è fissa. Oppure parlo del fatto che i giapponesi non hanno la forma passiva. O che le varie parole possono essere diverse a seconda che a dirle sia un uomo o una donna. Oppure racconto che i finlandesi hanno una parola per la distanza che una renna può percorrere senza doversi fermare per fare la pipì. In zairese “ilunga” vuol dire “persona che potrebbe perdonare una prima volta, tollerare una seconda ma mai una terza”, e così via.

Però non parli solo di fenomeni linguistici, giusto?

Ovviamente parlo soprattutto di come questa lingua e queste curiosità si interfacciano con l’intelligenza artificiale e i computer, perché è la storia di un linguista che potrebbe andare a lavorare nella Silicon Valley dove si fabbrica il futuro e dove sono nate tutte le app. Siccome però adesso i computer iniziano a parlare, a rispondere e a scrivere, come fa anche Chat GPT, il problema sono i programmatori. Quindi è anche una bella riflessione su come questo linguaggio va ad aiutarci se usato bene, oppure sul modo in cui noi possiamo usare la macchina e su come il linguaggio permette di interfacciarsi in maniera nuova con l’elemento tecnologico, che è la cosa più umana possibile.

Perché dici che niente è più umano del linguaggio?

Perché i pesci nuotano, gli uccelli volano e l’uomo parla. Noam Chomsky dice anche che il linguaggio è l’essenza dell’umano. Qual è quella cosa che se noi la togliamo, non abbiamo più l’uomo? Non sono le gambe o gli occhi, ma il linguaggio e la capacità di comunicare. Anche gli animali comunicano, ma noi abbiamo uno sviluppo della capacità comunicativa che ci ha resi capaci di sopravvivere e ci ha distinti dall’uomo di Neanderthal. Pare che attraverso l’organizzazione migliore offerta dal linguaggio e quindi grazie a una maggiore capacità collaborativa, siamo arrivati nel momento in cui l’uomo di Neanderthal si è estinto, perché noi eravamo più bravi a organizzarci e a prenderci le risorse.

La lingua è anche un riflesso del mondo che ci circonda?

Sì. Persone che hanno studiato decenni più di me lo spiegano bene. Chiamare le cose con un certo nome può aiutare a riconoscerle e a vederle meglio. Quando succede una certa cosa o entra un nuovo oggetto, noi abbiamo bisogno di dargli un nome. Quando arriva una nuova moda dall’America, ci chiediamo se tenere il nome inglese o dargliene uno italiano. La lingua può essere veramente una lente. Io scherzo sulla famosa bufala secondo cui gli esquimesi avrebbero 90 parole per dire “la neve”, però è chiaro che quando uno ha più a che fare con una certa cosa, ne nota di più le sfumature.

Si dice che gli Indios dell’Amazzonia abbiano 500 modi per dire “verde”; gli abitanti delle Filippine che piantano riso hanno 100 modi per definirlo. La serie di esempi continua, fino a quando non arrivo a dire che gli italiani hanno 50 modi per dire “pasta” e allora capiamo che abbiamo 50 tipi di pasta diversi: spaghetti, fusilli, vermicelli. Un conto è dire la parola “pasta” che comprende tutto, un conto è fare un lavoro di precisione. Più siamo a contatto con una certa cosa, più abbiamo bisogno di dare una forma linguistica a queste specificità.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Foto in evidenza di Laila Pozzo
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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