“Testimone d’accusa”, parlano i protagonisti

E’ un dramma giudiziario quello con cui il Teatro Manzoni apre la stagione di prosa 2023-2024. Testimone d’accusa di Agatha Christie parte da uno spunto autobiografico: la storia di una donna tradita dal marito più giovane. Una donna che in questo spettacolo rappresenta l’alter ego della regina del giallo, ingannata dal coniuge, di cui però mantenne sempre il cognome, ma che ebbe il coraggio di rifarsi una vita sposando un uomo molto più giovane di lei. Simulatori occulti, assassini e grandi avvocati si muovono sulla scena, dando vita a un meccanismo teatrale perfetto.

Testimone d’accusa è in cartellone fino al 29 ottobre con la regia di Geppy Gleijeses, che lo ha portato per la prima volta in Italia, e la traduzione di Edoardo Erba. Ne sono protagonisti Vanessa Gravina, Giulio Corso e Paolo Triestino. Completano il cast Michele Demaria, Antonio Tallura, Sergio Mancinelli, Bruno Crucitti, Paola Sambo, Francesco Laruffa, Erika Puddu e Lorenzo Vanità.

La parola a Vanessa Gravina, Giulio Corso e Paolo Triestino

Perché questo spettacolo punta di più sulla perfezione del meccanismo che sulla psicologia dei personaggi?

Vanessa Gravina: Innanzitutto Agatha Christie è la scrittrice delle trame del giallo per eccellenza. Ad avvincere è prima di tutto un mix tra il dramma e i personaggi. La psicologia è implicita in quello che accade. I fatti sono talmente importanti e clamorosi di fronte al rischio di una pena di morte che raccontano già di per sé i protagonisti. La trama è quella che ci aiuta a portarli avanti, anche perché la scrittura è talmente lineare, pulita, secca, ironica e sferzante che racconta proprio in chiave di realismo e di verità quello che accade. All’interno di questa verità ci sono però delle grandi menzogne che verranno piano piano disvelate nel corso della storia.

Perché si tratta di un meccanismo infernale?

Giulio Corso: Come avviene nella tragedia, una volta che le cose cominciano a mettersi in moto, poi non possono essere più fermate. Questo coincide con l’andamento dello spettacolo che tiene il pubblico sempre più incollato alla poltrona. Questo meccanismo infernale costringe gli spettatori a scendere insieme a noi negli inferi di questo processo e a venirne fuori a rimirar le stelle.

Vanessa Gravina: Il pubblico, così come chi interpreta i personaggi in scena, viene continuamente spiazzato da una serie di eventi che, inaspettatamente e contro ciò che la verità vorrebbe indicare, accadono. Al di là del processo che è molto reale, crudo, vero e portato in scena esattamente come avvenivano i dibattimenti dell’epoca nel mondo anglosassone, accadono cose tipiche del meccanismo di Agatha Christie a travolgimento di eventi e a svelamento di verità che non sono come appaiono. Quindi è come se lo spettatore fosse continuamente tenuto in una condizione di suspense perenne, perché quello che viene detto cinque minuti prima viene immediatamente smentito; poi viene riconfermato e non si capisce mai chi sta dichiarando il vero, chi sta affermando il falso e chi sta bluffando.

Quanto c’è del cinismo e dello humour nero tipicamente britannici?

Vanessa Gravina: Tantissimo. In Agatha Christie è continuamente presente dalla prima scena dell’ingresso del mio personaggio; c’è in quello di Paolo Triestino e in forma malcelata anche in quello di Giulio Corso. Esiste una chiave di lettura che è quella dell’asciuttezza dello humor, ma che arriva molto bene, e il cinismo c’è implicitamente anche nei fatti, perché all’inizio di questa bellissima pièce accade un evento molto grave.

Edoardo Erba ha curato la versione italiana. Che tipo di lavoro ha fatto rispetto al testo originale?

Paolo Triestino: Splendido, perché parliamo di un’opera di quasi ottanta anni fa che ha addosso parecchia polvere. Lo ha reso molto asciutto e moderno, pur mantenendo una patina di vintage che ci appassiona molto. A me piace tantissimo quando ci capita di utilizzare in scena parole desuete. Ad esempio Giulio Corso a un certo punto dice “per istrada” ed è una cosa bella. A me, invece di dire “dove si colloca?”, diverte dire “ove si colloca?” Ci sono parole che tutti noi sentiamo vicine ma che non usiamo più e questo è un gran peccato perché il nostro vocabolario è straordinariamente ricco ed Edoardo ha attinto da lì, pur conservando un’asciuttezza che non è modernissima.

  • Intervista video di Andrea Simone
  • Si ringrazia Manola Sansalone
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