“La madre del marito di mio figlio”, parlano le due protagoniste

Luisa e Alba sono due donne molto diverse per estrazione sociale, carattere, educazione e stile di vita. Hanno però una cosa in comune: l’amore che unisce i loro due figli maschi. Da un giorno all’altro si trovano a vivere una sorta di convivenza forzata per allestire la festa dell’unione dei loro figli. All’inizio il loro rapporto è caratterizzato da una diffidenza e da un’antipatia reciproche, poi piano piano tutto si stempera nella nascita di un’amicizia, fino a quando un brutto episodio non ribalterà l’intero equilibrio della commedia.

Immagini del canale YouTube “Giulia Lombezzi”

Tra risate e riflessioni sull’omofobia e i diritti Lgbtq, La madre del marito di mio figlio è in scena al Teatro Martinitt di Milano fino al 22 ottobre. Scritto da Giulia Lombezzi e diretto da Patrizio Luigi Belloli, lo spettacolo vede protagoniste Elisabetta Torlasco e Marisa Miritello.

Intervista ad Elisabetta Torlasco e Marisa Miritello

Perché all’inizio della commedia non vi siete tanto simpatiche?

Elisabetta Torlasco: Perché siamo molto diverse. Abbiamo due modalità di vivere totalmente agli antipodi, è quasi impossibile poter andare d’accordo fin dall’inizio. Uno dei motivi è che Alba, il mio personaggio, cerca di fare la “piaciona” perché vuole assolutamente fare colpo su Luisa, dato che non la conosce. Fin dall’abboccamento telefonico le è sembrata proprio insopportabile e quindi cerca di essere carina per portarla dalla sua parte. Il problema è che ha sbagliato completamente persona.

Quali sono le zone d’ombra e le dipendenze delle protagoniste?

Marisa Miritello: Alba è un’ubriacona, ama l’alcol e ha un passato da ex hippie che si porta dietro in ogni momento della sua vita. Questa è una zona d’ombra ma anche di grande divertimento dal punto di vista teatrale, perché in teatro ogni aspetto oscuro e conflittuale diventa un motore prezioso per la drammaturgia stessa e l’evoluzione della storia. Invece Luisa, il mio personaggio, è una donna sola. Se Alba è piena di amici, è ricca e ha tanto tempo da dedicare a se stessa, Luisa è stata lasciata dal marito, ha due figli già grandi ormai fuori casa e fa la preside. E’ quindi assolutamente isterica perché le dirigenti scolastiche di oggi – nessuno me ne voglia – sono manager che devono mandare avanti la scuola a livello burocratico. Non si occupano quindi solo di didattica, ma di tante altre cose. La zona d’ombra del mio personaggio è quella di essere costretta a prendere un po’ di calmanti.

Ormai sono due anni che portate in giro questo spettacolo. Nel frattempo c’è stato un cambio di governo. Il testo è stato in qualche modo attualizzato o è comunque maturato, cambiato e si è evoluto il modo di portarlo in scena?

Elisabetta Torlasco: La situazione politica e quella sociale stanno peggiorando sempre di più. Questa è la mia opinione personale. Non solo questo spettacolo è oggi ancora più efficace, ma non c’è stata neanche l’idea di cambiarlo. E’ diventato ancora più importante parlare di diritti civili, di esseri umani e considerazione. Questo testo ha preso ancora più rilievo.

Nello spettacolo c’è una frase molto bella: “E’ facile pensare che non esiste l’omofobia, se vivi a Milano a Porta Venezia”. Siete d’accordo nel dire che il capoluogo lombardo è sicuramente un’isola felice riguardo ai diritti LGBTQ ma non è l’Italia?

Nel nostro paese ci sono oasi felici ma anche tanti posti dove i ragazzi e le ragazze devono nascondere ancora adesso la propria sessualità, le scelte e gli orientamenti di genere. Milano è un ottimo posto perché possiamo parlare anche di fluidità mentre in altri luoghi è ancora un tabù. E’ chiaro che anche la situazione politica attuale non facilita questo tipo di emancipazione, di apertura o comunque di dialogo. Se i ragazzi sono confusi riguardo alla propria identità sessuale, forse è il caso che ne parlino e facciano venire fuori questa tematica, semplicemente per poterla condividere con tranquillità e non con la paura di essere stigmatizzati, additati o addirittura cacciati di casa e picchiati per la strada. Tante coppie same sex temono di camminare mano nella mano in pubblico perché rischiano di essere trattate male o offese. Porta Venezia è un’oasi felice, ma non tutta Milano, calcolando anche l’hinterland, lo è.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Lia Chirici
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