Marco Vaccari, “Uomini e topi”

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Due amici, George Milton e Lennie Small, coltivano il loro progetto di trovare un posto dove la terra costa poco: un posto piccolo, da coltivare. E poi allevare polli, maiali e conigli. George accudisce da sempre Small che in contrasto con il suo nome è un gigante con il cuore e la mente di un bambino. Così spostandosi di ranch in ranch per cercare lavoro inseguono il loro sogno insieme.

Uomini e topi di John Steinbeck è in scena al Teatro San Babila di Milano dal 22 al 24 marzo. Diretto da Marco Vaccari, lo spettacolo vede protagonisti Leonardo Moroni, Jacopo Sartori, Gianni Lamanna, Marcello Mocchi, Lorenzo Alfieri, Giulia Marchesi, Robert Ediogli e Felice Invernici.

Quattro domande a Marco Vaccari

Lo spettacolo viene presentato con una citazione di Robert Burns: “I più accurati piani di uomini e topi vanno spesso a rovescio lasciandoci soltanto cruccio e pena al posto della promessa gioia”. Lo si può intendere come il biglietto da visita di quest’opera?

Sì, perché è il destino di Uomini e topi, se vogliamo guardarlo non da un punto di vista pessimistico ma reale. E’ la vita che purtroppo a volte va in frantumi e finisce perché il fato decide così. Vengono quindi messi in parallelo questi due esseri viventi, l’uomo e il topo, che paradossalmente fanno la stessa fine, pur avendo valori diversi come nell’esistenza terrena.

Questo testo di Steinbeck è uno specchio dei tempi dell’America di quel periodo?

Sicuramente, perché Steinbeck parte anche dal suo vissuto personale in termini di esperienza di vita rurale. Da ragazzo lavorava nei ranch ed era molto legato alla sua terra, quindi comincia proprio da lì. Anche se poi, come in tutti i classici che hanno assunto un valore universale, si estende, a distanza di quasi novant’anni, ai giorni nostri nei significati, nella speranza del futuro e nei sogni purtroppo infranti. La prospettiva dell’uomo sulla Terra è il destino di tutti noi: a volte si raggiungono successi e momenti positivi, altre ci sono cadute e crisi.

Quindi emerge uno spaccato sociale?

Certo che sì. E’ ovvio che è molto legato a quel periodo, ma possiamo vedere anche in tutti i momenti dell’umanità gli sconfitti, gli umiliati e chi non gode delle fortune della vita. E’ uno spaccato proiettato anche in altre dimensioni. Sono valori sempre presenti nella nostra storia.

Nello spettacolo vengono presentati due tipi di umanità: una giovane e innocente e l’altra gretta ed egoista. Cosa nasce da questo confronto?

Sono i due protagonisti che si scontrano con questa realtà difficile. Loro sono reciprocamente molto altruisti, perché formano una coppia dove ognuno si dedica all’altro. Tra i due c’è un amore che però va a infrangersi contro la dura realtà: quella della battaglia dei poveri uno contro l’altro o degli oppressi che devono trovare una soluzione alla loro vita, ma che sono anche disposti a combattersi pur di strappare il tozzo di pane. C’è un fondo di dannazione soprattutto per chi non è stato particolarmente fortunato.

  • Si ringrazia Roberta Cucchi
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