Nicola Vicidomini, “Veni vici domini 25”

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Nicola Vicidomini torna al Teatro della Cooperativa con Veni Vici Domini 25, recital, concerto, show, distillato di una comicità feroce e visionaria. L’artista da vita a uno stile senza precedenti, che individua in una visionarietà di intonazione mistica, triviale e grottesca il suo elemento fondante. Le sue performance, di indubbio interesse filosofico, rappresentano un puro, quanto esilarante, attentato all’antropocentrismo. Il suo teatro – luogo del più inesorabile fallimento, collasso del senso – disegna universi sospesi, a tinte forti, totalmente affrancati da narrazioni, immaginari e linguaggi comuni. Lo spettacolo è in scena dall’11 al 13 aprile.

Quattro domande a Nicola Vicidomini

Che tipo di spettacolo porta in scena questa volta?

Veni Vici Domini è un contenitore in cui confluiscono frammenti e pezzi da diversi spettacoli, da Scapezzo al Fauno e anche delle cose inedite che di volta in volta azzardo. Veni Vici Domini è uno spettacolo che cambia negli anni e che non è mai uguale a se stesso. E’ un oggetto curioso, non facilmente identificabile e catalogabile.

Perché lei dice di essere la persona più distante da se stesso?

Quello è un momento di Fauno, dello spettacolo, in cui dico che la persona più distante da me stesso sono io. Odio le tentazioni che provo, ho gusti molto differenti dai miei, politicamente la penso diversamente. E’ l’incipit di un monologo. Quindi è quell’entità a parlare in quel momento. Non sono io anagraficamente a dirlo. Però mi riconosco totalmente in questa cosa. L’identità non dovrebbe toccarci e quindi si è infiniti, se si è. Altrimenti Dio pensa.

E’ onorato dal fatto di essere oggetto di studio sia in Italia che all’estero?

No, perché forse non ho mai riconosciuto l’autorevolezza della comunità. Non riesco più a essere gratificato da nulla, da qualsiasi onorificenza o da qualsiasi attenzione che venga dalla comunità. Non riconosco più il senso comunitario. In realtà non l’ho mai riconosciuto ma questa volta questo aspetto si sta acuendo e quindi no, non mi interessa. E’ un problema di chi studia il mio teatro.

Quanto è feroce e visionaria la sua comicità?

Non ne ho la più pallida idea. Non mi pongo un problema di percentuali né prevedo quello che scriverò. Tutto quello che faccio è all’interno di un flusso. Parte certamente da una visione che poi si declina in alcune dinamiche. Quello che io faccio è sicuramente unico perché è l’unica forma di umorismo al mondo a cui basti la visione, a cui credo sia sufficiente la visione demoniaca o collasso del senso. Io ho iniziato addirittura degli spettacoli stando zitto un minuto-un minuto e mezzo e il pubblico rideva perché questa visione parte innanzitutto dal corpo. Quindi non so dare una percentuale. So soltanto che l’unico umorismo realmente visionario a cui basta la visione al di là di ogni gioco linguistico e di ogni struttura del linguaggi o lo faccio io.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Giulia Tatulli
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