Cosa sono i sogni? è stata la domanda che alcuni bambini di un villaggio rurale della Tanzania hanno fatto a un’operatrice di Medici Senza Frontiere che discuteva con loro di sogni e desideri. Lo spettacolo è una domanda che parla di integrazione, di futuro, di empatia e accoglienza della diversità. Parla di pace e benessere, condizioni necessarie perché a tutti sia concesso immaginare qualcosa per sé e per la propria vita, parla di desideri e di prospettive, quelle stesse che oggi e per ragioni differenti coinvolgono molti giovani delle nostre città.
Cosa sono i sogni?, tratto dal romanzo Storie senza frontiere di Gigliola Alvisi edito da Piemme, è in scena al Teatro Leonardo di Milano dal 12 al 16 ottobre. Diretto da Debora Virello, lo spettacolo vede protagonisti Simone Bochicchio, Nicole Guarischi, Alessia Valfrè, Maria Chiara Vita e Isabella Zangheri.
Parlano la regista e il cast
Cosa emerge dalle storie di questi operatori umanitari di Medici Senza Frontiere?
Debora Virello: Sono testimonianze raccolte in molte parti del mondo. L’aspetto interessante è che sono tantissime figure professionali oltre che umane, e quindi abbiamo testimonianze da uno psicologo, un antropologo, un medico. Spesso, data la denominazione “Medici Senza Frontiere”, uno pensa che sia un’organizzazione costituita solo da dottori, invece ci sono moltissime professioni diverse. Quello che emerge è l’impatto emotivo di una vita apparentemente normale. E’ una frase difficilissima, ma il concetto è che sono persone che partono e vanno in zone di guerra molto pericolose e lì conducono una vita in aiuto di altre persone, ma è un’esistenza normale. E’ sorprendente. E’ una vita per noi chiaramente strana ma quotidiana. Questo ha un impatto emotivo deflagrante in me. E’ il concetto della normalità abbinato a contesti così difficili di cui non sentiamo parlare spesso. Nel testo viene nominato il Ciad. Ci sono delle zone del mondo che noi non citiamo mai, ma anche in quelle ci sono conflitti e guerre.
Debora, che tipo di lavoro hai fatto rispetto al testo di Gigliola Alvisi?
Debora Virello: Ho scelto quali testimonianze rappresentare. Tra le molte che c’erano, ho preso quelle che mi sembravano più giuste per le assi del palcoscenico, che avessero una teatralità intrinseca rispetto alle parole. Le abbiamo dovute tagliare perché altrimenti sarebbero durate tantissimo. Abbiamo creato non solo un impianto di monologhi, ma anche una struttura dialogica, mischiando quindi il testo anche con altri scritti come poesie e canzoni. E’ una drammaturgia che mescola vari linguaggi, proprio perché possa arrivare a un pubblico che nella mia testa sia fatto soprattutto di giovani.
Vi è capitato di incontrare e parlare con qualcuno degli operatori umanitari di Medici Senza Frontiere?
Maria Chiara Vita: Sì, innanzitutto con Wanda Gatti, con la quale abbiamo iniziato a collaborare già a partire da Grock con l’iniziativa della Notte della Pace. Negli ultimi anni abbiamo deciso di lavorare con Medici Senza Frontiere per devolvere in beneficienza il ricavato di quest’iniziativa. Durante la lettura dell’anno scorso da cui è nato tutto il progetto abbiamo avuto modo di avere con noi sul palco alcuni degli operatori che hanno raccontato la propria esperienza e la loro storia.
Debora Virello: Questo progetto vede coinvolta ogni sera la presenza di Medici Senza Frontiere con i volontari e i banchi fuori, ma ogni replica vedrà un operatore differente che incontrerà il pubblico. Quindi ogni sera ci sarà la possibilità di conoscere una di queste persone. Il primo è un giovane medico dell’ospedale Sacco al rientro dalla sua prima missione. Scoprirò anch’io gli altri con il procedere dei giorni.
Non c’è il rischio che i temi trattati nello spettacolo – peraltro nobilissimi – , come la pace, l’integrazione e l’accoglienza, risultino purtroppo un po’ utopistici?
Nicole Guarischi: Io porto la testimonianza di una psicologa e secondo me questo rischio non c’è perché tutti i monologhi parlano tanto di fatti molti concreti: raccontano giorno per giorno cosa accade a questi ragazzi, le difficoltà pratiche di farsi ascoltare e i progetti dei laboratori. Quindi, secondo me, questo rischio non esiste perché lo spettacolo avvicina il pubblico a un immaginario che uno magari nel quotidiano non ha.
Questo è un bel messaggio di speranza!
Simone Bochicchio: Anch’io riflettevo proprio sulla praticità dei testi che vengono portati, anche un po’ per controvertire l’idea di un qualcosa che apparentemente ci può risultare utopistico, che in realtà ha sotto delle azioni concrete e quotidiane, che giorno dopo giorno tendono in qualche modo a quell’utopia per renderla realizzabile.
Debora Virello: E’ un po’ la normalità di cui parlavo all’inizio. Il teatro parla di realizzazione di utopia. Quindi forse oggi ci sembra un’utopia, magari oggi lo è, ma noi mettiamo il nostro sassolino perché possa non esserlo.
- Intervista video di Andrea Simone
- Si ringrazia Alessandra Paoli
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