Livio Remuzzi, “Storia di uno che mi somiglia”

È la storia di un addio senza drammi, di un vuoto improvviso e del disperato tentativo di fingersi spettatori della propria stessa vita. Niente urla. Niente porte sbattute. Una mattina, semplicemente, lei se ne va. E lui resta immobile, incapace o forse troppo stanco per trattenerla.

Storia di uno che mi somiglia è in scena alla Sala Cavallerizza del Teatro Litta di Milano fino al 18 ottobre. Il testo è stato scritto dal protagonista dello spettacolo Livio Remuzzi e dalla regista Arianna Di Stefano.

Quattro domande a Livio Remuzzi

Da dove nasce l’idea di sdoppiarsi e raccontare se stessi come “qualcuno che ci somiglia”?

Livio Remuzzi: Nasce con un accumulo di miei materiali di scrittura, che a un certo punto ho provato a mettere insieme. Non sono cose che ho scritto pensando a un personaggio. Partivano da me e grazie anche all’intervento di Arianna hanno preso una direzione più drammaturgica. Il risultato è qualcosa di vicino a me ma non esattamente corrispondente.

Arianna Di Stefano: Inoltre, se volessimo leggere un po’ più dentro questa cosa giusta che ha detto Livio e che è un po’ più tecnica, quando ci sono un dolore o una mancanza, è come se uno avesse la necessità di sdoppiarsi. Visto che questo testo parla di un ragazzo che viene lasciato dalla fidanzata, sdoppiarsi è anche una strategia di sopravvivenza.

Perché il protagonista sceglie proprio Voltaire e l’Illuminismo per cercare di superare il dolore?

Livio Remuzzi: Voltaire e l’Illuminismo sono uno dei tentativi che lui fa nel cercare degli appigli a questa sofferenza che lo pervade. Uno è una sorta di dialogo con un’entità divina, con interventi in cui si rivolge direttamente in dialogo con Dio, non in preghiera ma in un discorso. Poi, a un certo punto, cerca anche degli agganci laddove ci dovrebbero essere delle grandi risposte alle grandi domande.

Arianna Di Stefano: Anche perché Voltaire ha fatto anche la critica all’ottimismo, cosa di cui questo personaggio, essendo un po’ giù di morale, avrebbe anche un po’ bisogno. Voltaire, però, gliel’ha purtroppo distrutto.

Livio Remuzzi: Interroga Voltaire e Leibniz. Poi ci sono una serie di derive molto cinematografiche e contemporanee.

Che ruolo ha la pianta in questo silenzio e in questa assenza?

Arianna Di Stefano: Intanto ci tengo a precisare che è una piantina mezza morta. Fare i casting per la piantina a volte è abbastanza comico, perché andiamo nei vivai chiedendone una mezza morta.

Livio Remuzzi: Ci guardano come dei pazzi!

Arianna Di Stefano: Ci dicono che ce la regalano e noi rispondiamo che la paghiamo. Quindi è un po’ il simbolo del dolore che questo ragazzo cerca di combattere e questo è il bicchiere mezzo pieno. Dentro di sé è però profondamente distrutto e tormentato, per cui questa piantina riflette esattamente il suo stato d’animo.

Cosa significa, alla fine della storia, “imparare a restare”?

Arianna Di Stefano: Significa che per uscirne fuori bisogna imparare a restare. Non si deve farsi trascinare giù e occorre imparare a scriversi la fine del proprio dolore, che altrimenti uno si porta dietro all’infinito. Noi non vogliamo questo. Cerchiamo di fare in modo che il personaggio ci riesca anche per noi, per provarne a uscire fuori con lui.

  • Intervista di Andrea Simone
  • Si ringrazia Alessandra Paoli