Prudence e Bruce vivono a Manhattan e cercano l’amore seguendo i consigli dei loro terapeuti. Tutto inizia con un annuncio su una rivista e un primo appuntamento che si rivela un completo disastro. A complicare le cose ci pensano proprio i loro analisti: Stuart, un dongiovanni che ha sedotto la stessa Prudence, e Charlotte, un’eccentrica psicologa con improvvisi cali di zuccheri. Nonostante il caos e le sedute terapeutiche decisamente fuori dagli schemi, tra i due protagonisti scatta qualcosa. O quasi.
Terapia di gruppo di Christopher Duran è in scena al Teatro Martinitt di Milano fino al 18 ottobre. Lo spettacolo è diretto da Arturo Di Tullio che ne è anche protagonista con Monica Faggiani, Enrico Ballardini, Elizabeth Annable, Daniele Cauduro e Francesco Di Tullio.
La parola al regista e al cast
Come nasce l’idea di unire amore e terapia in modo così caotico?
Arturo Di Tullio: L’idea nasce dal testo di Duran che ho letto molto tempo fa e che mi piaceva tantissimo. Il titolo originale era Beyond Therapy, un testo che ha debuttato nel 1982 a Broadway con attori sconosciuti come Sigourney Weaver. E allora ho avuto quest’idea un po’ particolare, alla Woody Allen. Gli anni Ottanta erano un periodo in cui si andava in terapia per qualunque cosa. Mi piaceva mantenere un po’ la linea di questi personaggi che hanno paura di non rapportarsi con gli altri, che hanno il timore della non relazione. Queste sono le cose sulle quali ho spinto. Si è messo insieme un cast fantastico e sono molto contento di questa riuscita.
Qual è il personaggio più imprevedibile da gestire in scena?
Monica Faggiani: Tutti. Sono assolutamente surreali, particolari. Daniele Cauduro è l’amante geloso, vendicativo, crudele ma fragilissimo. Elizabeth Annable è la psicoterapeuta distratta, che non ricorda le parole e i pazienti. Arturo Di Tullio è un sessista, Francesco Di Tullio è un mitomane ed Enrico Ballardini è mentalmente instabile. Prudence, il mio personaggio, è anche lei un po’ fuori dalla grazia di Dio. Sono tutti personaggi che non seguono una linea dritta e quindi ovviamente sono tutti abbastanza sconvolgenti e simpatici, molto buffi e teneri.
Cosa rappresenta il ristorante in questa “terapia d’urto collettiva”?
Arturo Di Tullio: Forse il punto d’incontro, dove tutto avviene. Ci si trova sempre davanti a un piatto e lo si pensa come luogo per mettere a posto delle cose oppure per cercarle.
Monica Faggiani: La cosa bella è che è un ristorante in qualche modo evocato e stilizzato. Dentro a questo testo c’è tanto del teatro dell’assurdo, del fatto che non si capisce bene come alcune cose vadano in quella direzione e anche la scena, stilisticamente parlando, dà un po’ questa possibilità.
Si può davvero trovare la felicità attraverso il disastro?
Monica Faggiani: Sì, solo attraverso il disastro!
- Intervista di Andrea Simone
- Si ringrazia Lia Chirici